Giovanna Favro

22 gennaio 2014

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Iniziamo la serie di interviste denominate “Capitale SOCIALE” con Giovanna FAVRO, giornalista al quotidiano La Stampa di Torino, mamma e moglie. Maturità classica nel luglio 1983.

1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al liceo del Sociale che più ti ha aiutato a diventare  la persona che sei oggi? 

Il Sociale mi ha insegnato a fare e a farmi domande, ad andare sempre al di là dell’evidenza immediata, ed anche a non accontentarmi, ad essere esigente con me stessa, prima che con gli altri. Mi ha instillato un forte senso e bisogno di giustizia. E anche la decenza, parola in forte disuso, che, come scrisse Eugenio Montale, è la più difficile delle virtù. 

2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo …… Ai tempi del tuo liceo ancorché  non venissero dichiarati credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come? 

Una delle esperienze che mi ha segnato negli anni del liceo fu il servizio di assistenza ai malati all’ospedale Cottolengo. Fui inserita, lì per lì forse un po’ a forza, in un reparto di donne malate di sclerosi multipla, condannate a peggiorare giorno dopo giorno e a morire molto lentamente per una terribile malattia.  Non ero mai stata a così stretto contatto con la sofferenza, e con una sofferenza così devastante. Quel servizio che condussi un pomeriggio a settimana per un’annualità scolastica e mezzo mi cambiò profondamente. Imparai la cura per i più deboli, la pietà per i malati e i moribondi, e a riconoscere ogni giorno l’immensa fortuna che avevo semplicemente nell’essere una ragazza giovane e sana. Quel “servizio sociale” fu forse in quegli anni il più forte insegnamento di attenzione alla persona, anche alla più piccola e derelitta. La vostra domanda si riferiva all’attenzione e alla cura dello studente, lo so. Ma l’attenzione al singolo “altro da noi stessi”, soprattutto se si tratta di un estraneo cui donare gratuitamente qualcosa di noi è, anche questa, una difficile e rara virtù.

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti e’ servita all’università prima e nella professione poi?

La qualità fu elevata. Mi iscrissi alla facoltà di Lettere, forse a quei tempi un naturale proseguimento del liceo classico, e dunque la formazione ricevuta al Sociale mi fu preziosissima, e  mi avvantaggiò non poco rispetto ai compagni di corso.

4. Qual e’ l’aneddoto del liceo che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti? 

A scuola, grazie alla nostra bella età, ridevamo anche molto, e, va detto, rispetto a oggi ci divertivamo con poco. E mi piace che in una delle mie risposte emerga anche questo aspetto. Dunque, dei mille ricordi che ho, scelgo questo. Un giorno un compagno dello scientifico fece uno scherzo che, all’epoca, fu giudicato terribile. Liberò due galline vive nell’atrio del primo piano, durante l’intervallo. Non so se avete mai provato ad acchiappare una gallina spaventata, ma è difficilissimo. Scappa a una velocità impensabile e salta di qui e di là, poveretta, seminando cacca e piume da tutte le parti. I padri ebbero il loro daffare e impiegarono un certo tempo a prendere quelle povere bestie. Non riuscirono a smascherare il colpevole, che nessuno rivelò. Punirono tutti quanti i liceali. Ma noi tutti ne ridemmo per molte settimane.

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