Carlo Re

29 gennaio 2014

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reCapitale Sociale #5 – Carlo Re. Maturità classica 1991. Sposato con 4 figli. Laureato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Torino nel luglio 1996, iscritto all’albo degli avvocati di Torino dal 1999. Esercita la professione nell’ambito del diritto civile e commerciale ed è equity partner dello studio legale Pedersoli e Associati con sedi a Milano e Torino.


1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al liceo del Sociale che più ti ha aiutato a diventare  l’uomo che sei oggi?

Molti gli elementi positivi e i ricordi dei miei cinque anni al Sociale. Il Sociale ha rappresentato non solo una scuola, ma mi ha lasciato un forte senso di appartenenza ad una comunità. Mi si consenta di dire: anche per via delle attività extrascolastiche. Quante volte con i compagni di classe ci si intratteneva ben oltre l’orario di scuola per passare del tempo insieme (il più delle volte giocando a calcio….), coltivando così uno spirito di amicizia che andava oltre l’essere semplici compagni. Anche oggi, sia in ambito familiare sia in ambito professionale, vivo la mia presenza in tali “comunità” come la realizzazione di un progetto comune, in cui non ci si isola in sé stessi, ma si lavora per un obiettivo di squadra e si è pronti anche a sacrificare interessi individualistici. Nella vita ho peraltro constatato che il più delle volte il raggiungimento dell’obiettivo comune porta con sé anche la realizzazione dell’obiettivo individuale. Certo non in secondo piano sono stati gli insegnamenti al rigore, all’autodisciplina e all’aprirsi al confronto con gli altri, portando sempre rispetto verso i propri interlocutori.

2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo, …… Ai tempi del tuo liceo ancorché  non venissero dichiarati credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

Anche se i concetti forse non erano esplicitati, credo che l’ambiente spingesse sempre ognuno di noi a dare quel qualcosa in più, a non accontentarsi. Ciò che ricordo nitidamente è come l’attenzione al singolo da parte degli educatori si traducesse nella spinta da parte del docente a (cercare di) conoscere l’alunno a tutto tondo (il suo carattere, il suo ambiente familiare, le sue propensioni, ecc.). Ciò contribuiva a creare un rapporto di fiducia, confidenza e dialettica tra alunni e insegnanti, che spesso prescindeva dai rispettivi ruoli.

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti e’ servita all’università prima e nella professione poi?

Senza nulla togliere alla funzione “didattica” della scuola, intesa come trasmissione di conoscenze, dagli anni del Sociale credo di aver soprattutto appreso un “metodo” e una propensione per l’azione. Mi pare di poter dire che si mirasse soprattutto a fornire agli studenti gli strumenti per la piena crescita intellettuale della persona che passa attraverso la comprensione e l’analisi dei temi e spinge poi l’individuo ad agire nella società in cui vive. In un certo senso ha accentuato ciò che forse era già una mia caratteristica: la propensione ad essere pratico e tendere sempre verso la ricerca di soluzioni. Questo è stato molto d’aiuto nella mia professione: quando sono colto da sconforto per i problemi (anche complessi) che giungono sulla scrivania, mi ripeto che l’essere il recettore dei problemi degli altri e (provare a) risolverli è la vita che ho scelto ed è dunque del tutto normale che mi trovi in quella situazione.

4. Qual e’ l’aneddoto del liceo che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?

Più che un aneddoto, vorrei ricordare un insegnamento. Una delle prime lezioni di religione di Padre Piero Buschini – figura di eccellenza che ha rappresentato una presenza importantissima nella mia vita anche oltre il periodo liceale – riguardò la tracotanza degli uomini simboleggiata nel Vecchio Testamento dalla Torre di Babele. Si passò poi a trattare il significato della povertà d’animo del messaggio di Gesù: mantenere un cuore umile per recepire il messaggio di fede e saper aprirsi al mondo e alla conoscenza di cose nuove.
Le lezioni di religione Padre Buschini erano contestualizzate e miravano a fornire a noi alunni gli strumenti per ragionare con animo cristiano sui temi della società in cui viviamo.
L’invito all’umiltà mi è rimasto ben impresso; oggi, dopo una giornata in cui un successo professionale spingerebbe magari alla vanità e a specchiarsi nel proprio successo, mi richiamo subito all’umiltà, sicché il giorno dopo si riparta prendendo in mano un altro fascicolo con la medesima curiosità intellettuale, attenzione e impegno con cui si è affrontato il precedente.

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