Elena Aleci

30 gennaio 2014

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elena aleciCapitale Sociale #6 – Elena Elisabetta Aleci, Maturità Classica 1989.
Storico dell’arte, specializzata nell’iconografia sacra. È autrice di pubblicazioni scientifiche e divulgative ed è stata professore a contratto di Storia dell’arte sia all’Università del Piemonte Orientale, sia al Politecnico di Torino. Negli ultimi anni ha deciso di dedicarsi quasi esclusivamente alla scrittura per ragazzi pubblicando La Pecora di Leo (Storia dell’arte in pillole) e A ogni bambino la sua Torino (Guida tematica della città). Ha due figli, di 8 e 10 anni, cui deve le idee migliori, e un marito che la sostiene negli entusiasmi e ne tempera gli eccessi.


1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al liceo del Sociale che più ti ha aiutato a diventare  la persona che sei oggi?

Ho frequentato l’Istituto dalla prima media alla maturità classica: tutta l’adolescenza.
Di quegli anni così particolari e confusi (nel senso leonardesco del termine di “confusione” come ricchezza di pensieri ancora in bozza) mi colpisce il ricordo della grande biblioteca. L’impressione che i Padri Gesuiti fossero portatori di un sapere illimitato, il desiderio, l’ambizione di arrivare a conoscere le cose in profondità. Questo mi è rimasto, in tutti i miei studi, nelle mie ricerche e credo anche nella vita, il desiderio della conoscenza profonda (ma non sempre ci riesco!).

2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo, …… Ai tempi del tuo liceo ancorché  non venissero dichiarati credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

Credo che già ci fosse all’Istituto un’atmosfera calda, di partecipazione e di attenzione alle peculiarità di ognuno, ma al liceo la preoccupazione di rispettare i programmi con profitto era nel mio caso dominante e non mi lasciava spazio per cogliere eventuali offerte di aiuto da parte di educatori e docenti.

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti e’ servita all’università prima e nella professione poi?

Ho avuto al liceo professori straordinari. Sono certa che vengano da loro la forza di continuare a credere nell’importanza primaria delle materie umanistiche; l’amore fortissimo per la conoscenza e soprattutto la convinzione che l’atto più nobile, per chi la cultura la ama, sia di trasmetterla ai ragazzi umilmente e chiaramente, a piene mani e a pieno cuore, rinunciando alla vanità stupida ed inutile dell’autocompiacimento accademico.

4. Qual e’ l’aneddoto del liceo che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?

Ci sono delle espressioni che usavamo tutti in classe e che sono rimaste nel mio vocabolario. Con le amiche davanti a un ragazzo che toglieva il fiato, si faceva “apoché”; e ancora oggi rido ripensando al “gesto di incoraggiamento”, inventato da un compagno di classe oggi “sacerdote dicoesano (Don Andrea Benso)”, con cui accompagnavamo la lenta camminata dal banco alla cattedra di chi era stato chiamato per l’interrogazione.
Infine, come insegnamento di vita, è rimasto l’esempio del povero Aiace sofocleo: “Non chiedere, non domandare – recitava il testo – è bene essere saggi”.
Come dimenticarlo? La mia classe lo ha portato alla Maturità! Era il 1989.

 

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