Pierluigi Bourlot

1 febbraio 2014

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08_bourlotCapitale Sociale #8 – Pierluigi Bourlot, sposato, un figlio. Maturità classica 1980. Dottore Commercialista, Revisore Ufficiale dei Conti. Partner e co-fondatore dello “Studio Bourlot – Gilardi – Romagnoli e Associati, dottori commercialisti – revisori dei conti e avvocati tributaristi associati”. Consigliere dell’Associazione ex-alunni dell’Istituto Sociale e della Fondazione Gallesio per l’Istituto Sociale, Socio del club degli Investitori (associazione finalizzata ad investimenti in Start Up).

 
1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al liceo del Sociale che più ti ha aiutato a diventare  l’uomo che sei oggi?

L’educazione alla assunzione di responsabilità, la formazione di una capacità critica che ti aiuta ad andare oltre gli schemi, il pensiero laterale.

 

2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo, …… Ai tempi del tuo liceo ancorché  non venissero dichiarati credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

Si, certamente. Direi soprattutto attraverso il comportamento ed il rapporto con alcuni professori e con i Padri Gesuiti: in fondo anche le versioni in classe di latino e greco che il caro Padre Boschi ci faceva fare su testi diversi (forse per evitare rischi di copiatura, ma, ne sono certo, anche tenendo conto delle diverse “attitudini”) erano un esempio di “cura personalis”.

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti e’ servita all’università prima e nella professione poi?

Direi molto buona, con dei picchi di assoluto valore: lo testimonia il fatto che quasi tutti noi, della maturità classica 1980 abbiamo conseguito la laurea. L’educazione ricevuta al Sociale mi ha certamente aiutato sotto molti profili sia durante il percorso universitario che nello svolgimento della mia professione: volendone citare solo alcuni, direi certamente che per l’università è stato il metodo e la apertura alla interdisciplinarietà acquisita specialmente durante il triennio del classico, per la professione la cura personalis, l’attenzione nei confronti dei collaboratori più giovani, dal praticante ai professionisti più esperti per fare emergere i loro talenti durante il percorso di crescita professionale, per aiutarli a sviluppare l’approccio critico sia alla normativa attraverso una attenta e meditata lettura della norma, sia, più in generale, alla professione, cercando di far comprendere loro l’importanza soprattutto nel lungo periodo, della stima non solo professionale ma anche (e direi soprattutto) umana da parte sia del cliente che delle persone e realtà con cui ci si relaziona.

4. Qual e’ l’aneddoto del liceo che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?

Più che un aneddoto, un ricordo di una delle prime lezioni di Italiano in prima liceo classico. E’ stata una lezione di critica psicoanalitica della letteratura del Prof. Giorgio Ficara: ci avesse tenuto la lezione in russo, avrei capito più o meno lo stesso. In realtà quella lezione, così come altre, di caratura universitaria, mi servì molto ad acquisire un approccio interdisciplinare e ad imparare l’importanza di mettere in relazione i fatti, le informazioni e le nozioni. Un altro ricordo è legato ad una interrogazione di filosofia ad un mio compagno, che rimediò allo scarso studio citando pensatori e studiosi del pensiero filosofico quali Bob Dylan e Cat Stevens (noi compagni ci trattenemmo molto dal ridere per assecondare l’interrogato). Il professore, sorpreso dalla citazione di studiosi a lui non noti, gli appioppò un bel nove. Questa volta la lezione me la diede il mio compagno: compresi che la temerarietà e un po’ di sfacciataggine possono essere di grande aiuto.

 

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