Cecilia Limone

7 febbraio 2014

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13_cecilia limoneCapitale Sociale #13 – Cecilia Limone ha frequentato il Sociale a partire dalla seconda media e ha dato la maturità classica nel 2003.
Ha fatto giurisprudenza laureandosi nel 2008.Da due anni è avvocato penalista in uno studio di Torino.

 
1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al liceo del Sociale che più ti ha aiutato a diventare  la persona che sei oggi?

L’elemento, proprio della filosofia sottesa all’insegnamento “socialino”, di cui la mia formazione e la mia crescita personale conservano la traccia più evidente e significativa ed a cui tento sempre di ispirarmi (pur nella consapevolezza di riuscirci molto meno frequentemente di quanto vorrei) è rappresentato dalla spiccata apertura mentale che tradizionalmente (e, forse, per molti, inaspettatamente) contraddistingue il pensiero e l’impostazione gesuita. Questo atteggiamento suggerisce di guardare agli altri con la mente libera da preconcetti e pregiudizi, di non giudicare, di tollerare, di conciliare, di aprirsi, di dedicarsi, di ascoltare, di servire, di essere sensibili ed attenti agli altri, chiunque essi siano; naturalmente, facendosi sempre orientare dal proprio senso critico e dai principi e valori che ognuno si porta dentro e rimanendo sempre consapevoli dei propri limiti, della propria fallibilità e della propria costante possibilità di migliorare. A dispetto della teoria, però, molto spesso mi risulta assai difficile riuscire a mettere in pratica questi insegnamenti e attenermi ad essi… ma, ad ogni modo, li porto sempre con me e li conservo: ogni tanto, mi basta sapere di avere riferimenti di questo tenore, di poterci “lavorare su” e di potermici confrontare…

2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo, …… Ai tempi del tuo liceo ancorché  non venissero dichiarati credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

Credo che, anche negli anni passati, gli insegnamenti che il Sociale si proponeva di trasmettere fossero improntati alla filosofia ignaziana ed ai principi che la connotano: sia sul piano strettamente scolastico e didattico, sia sul piano umano e personale, l’attività dei docenti, degli educatori e dei padri è sempre stata ispirata alla massima sensibilità ed attenzione rispetto all’individualità di ogni alunno, alle sue peculiarità, alle inclinazioni che questi mostrava, ma anche alle esigenze o alle eventuali problematiche che questi esprimeva. Numerose erano le iniziative e le attività proposte, sia a livello individuale, sia a livello di gruppo, attraverso le quali si creava l’occasione e la possibilità per la crescita e l’esplicarsi della personalità di ciascuno, oltre che per il confronto interpersonale e lo sviluppo delle capacità relazionali. D’altro canto, questo principio trovava anche attuazione – in un’ottica di più ampio respiro – nelle diverse iniziative di spirito “umanitario” nelle quali i “socialini” erano spesso coinvolti e che costituivano, a mio parere, la massima esplicazione del concetto ignaziano di attenzione verso gli altri.
Tutto questo non è mai andato disgiunto dal principio che nella filosofia ignaziana si è soliti riassumere con l’avverbio magis, che impone di non poter e non dover mai accontentarsi o ritenersi soddisfatti dello status quo, dovendo invece sempre farsi guidare – pur senza mai eccedere e trasmodare nella presunzione o nella esasperata competizione – dall’aspirazione ad un qualcosa di più grande, di più alto, di migliore e porre in essere ogni sforzo, ogni strumento, ogni mezzo che sia nelle possibilità e nelle capacità di ciascuno per quantomeno tentare di raggiungere quel quid pluris; insomma, bisognerebbe domandarsi sempre: “c’è qualcosa d’altro o di più che posso fare?”.

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti e’ servita all’università prima e nella professione poi?

L’elemento più significativo e pregnante dell’insegnamento ricevuto dal Sociale, che ancora adesso porto con me e che cerco, per quanto riesco, di mettere sempre in atto nell’affrontare le situazioni che ogni giorno mi si propongono, sia sul piano lavorativo-professionale, sia su quello personale è senz’altro costituito dalla capacità o attitudine all’analisi ed alla critica. Dapprima nel corso degli studi universitari, successivamente nell’ambito della mia ancora breve vita professionale, ho sempre potuto giovarmi di quello che io definisco come “metodo analitico”, che, anche a fronte delle più intricate ed articolate situazioni, questioni o problematiche, mi consente – pur senza garantirmi la certezza dell’esito o della soluzione; anzi, talvolta senza nemmeno accendere il minimo barlume (!) – di avere quantomeno un saldo punto di partenza per mettermi al lavoro e tentare di affrontare e venire a capo del problema che di volta in volta mi si para davanti. Il settore nel quale sono andata ad “impelagarmi” – il diritto, specie nelle sue applicazioni pratiche – è per sua natura costellato di problemi, questioni, interrogativi, incertezze, dubbi e la consapevolezza di disporre di un metodo che, almeno teoricamente, si attaglia ad ogni tipo di scenario mi ha sempre dato una certa tranquillità. Anche se poi la vita reale e le situazioni che essa propone non sono sempre suscettibili di essere inquadrate e risolte in rigidi schemi ed in altrettanto rigide soluzioni…

4. Qual e’ l’aneddoto del liceo che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?

Un giorno – credo fosse l’anno della I classico – durante l’ora di religione, il nostro docente, Padre Piero Buschini, portò in classe, per leggerlo, spiegarlo e discuterne poi con noi alunni, un articolo apparso su un quotidiano a firma di un noto giornalista (che allora si occupava di temi di attualità e sociologia), il quale, nel riportare un fatto di cronaca che in quei giorni aveva avuto un certo risalto, accompagnava il racconto con un commento particolarmente ampio, profondo e denso di significato, ma, al contempo, forse un po’ troppo articolato ed “oscuro” per essere pienamente compreso da ragazzi di 16 o 17 anni. Terminata la lettura, rivolgendosi alla classe, Padre Buschini domandò quale fosse il senso che ci pareva di aver colto dallo scritto e quale il concetto essenziale che ritenevamo il giornalista volesse trasmettere attraverso le sue parole, ma, di tutta risposta, come spesso accade a fronte della richiesta di un professore, calò il silenzio, spezzato, dopo qualche interminabile attimo, dalla voce di Padre Buschini, che, forse sconsolato, tuonò: “la serietà, ragazzi”. Ne scaturì in realtà un acceso dibattito, che tuttavia, al suono della campanella che ci segnalava l’intervallo, fu istantaneamente lasciato cadere; il caso volle però che, nell’uscire dall’aula, mi trovai ad incrociare sulla soglia Padre Buschini, il quale, dandomi un “buffetto” sulla guancia, ma con voce ferma e profonda, mi disse: “la serietà, Ceci; ricorda: la serietà”. Sul momento, rimasi quasi male che avesse ritenuto di dover rimarcare proprio a me quel concetto, quasi a volermi rimproverare una mancanza o un difetto sul punto, ma, dopo qualche tempo, mi resi conto della vera intenzione di Padre Buschini nel rivolgermi quel monito, della sensibilità che aveva mostrato nel “dedicarlo” proprio a me e dell’importanza di quel termine e del significato che esso reca in sè; da quel momento, infatti, ho sempre cercato di fare mio il valore racchiuso in quella parola e, ancora adesso, a distanza di anni, mi capita di ripensare a quell’episodio, domandando a me stessa se abbia continuato e stia continuando ad attenermi a quell’insegnamento.

 

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