Sara Milano

11 febbraio 2014

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15_sara milanoCapitale Sociale #15 – Sara Milano, Maturità Classica 1995, sposata, mamma da quasi due anni, avvocato civilista. Ha frequentato l’Istituto Sociale dalle Elementari al Liceo e, durante il periodo universitario, il Centro Universitario Michele Pellegrino, dove, oltre a rafforzare le amicizie con altri ex-alunni, ha incontrato suo marito.

 
1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al liceo del Sociale che più ti ha aiutato a diventare  la persona che sei oggi?

Posso dire che gran parte di quello che sono dipende dal fatto che frequento i Gesuiti da quando ho sei anni! Per quanto ricordo, già alle Medie, l’obiettivo esplicitato era “formare uomini e donne per gli altri”. Pur con tutti i limiti e difficoltà, è rimasto l’obiettivo che cerco di perseguire nella mia vita, personale e professionale.
In particolare, al Liceo, l’educazione all’apertura mentale, all’amore per la conoscenza e all’onestà intellettuale sono stati i pilastri della mia formazione.

 

2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo, …… Ai tempi del tuo liceo ancorché  non venissero dichiarati credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

All’epoca della frequentazione della scuola non ne ero consapevole, ma la spiritualità ignaziana nella sua interezza animava, attraverso l’opera educativa e formativa dei Gesuiti e degli insegnanti laici, ogni attività proposta, scolastica, extrascolastica e, ovviamente, spirituale. La cura personalis, che mi sembra rappresentare la specificità più rilevante dell’Istituto, si manifestava concretamente nello sforzo, da parte degli insegnanti religiosi e laici, di formare, valorizzare e valutare lo studente come persona intera e non solo dal punto di vista del risultato scolastico. In questo senso, uno per tutti, emblematico che la professoressa di Inglese, ogni volta, prima di consegnare i compiti in classe (le cui valutazioni non erano certo “regalate”) tenesse a precisare che il voto si riferiva a quello specifico compito e non rappresentava un giudizio sulla persona.
Tutto ciò contribuiva a creare relazioni autentiche tra studenti e insegnanti e tra noi studenti per cui la scuola non era semplicemente luogo di apprendimento, ma, a tutti gli effetti, comunità.
La sensazione per me è stata, nel complesso, quella di essere considerata e accolta, appunto, come persona nella sua interezza e unicità, pienamente inserita nella comunità della scuola.

 

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti e’ servita all’università prima e nella professione poi?

La qualità dell’offerta scolastica è stata soddisfacente, sia da punto di vista di trasmissione dei contenuti, sia del metodo di studio, da un lato orientato all’approfondimento e all’analisi di tutti gli aspetti del problema, dall’altro all’interdisciplinarità e alla ricerca della visione complessiva. Modi di operare entrambi fondamentali per esercitare con competenza la professione. E, ribadisco, l’onestà intellettuale, indispensabile per esercitarla con correttezza.

4. Qual e’ l’aneddoto del liceo che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?

Non avrei che l’imbarazzo della scelta nel ricordare episodi, indimenticabili, complice l’età adolescenziale, che si raccontano instancabilmente quando ci si ritrova con i vecchi compagni di scuola. Mi permetto di approfittare di questo spazio per ricordare Padre Fabio Danesi, che, giovane Gesuita, aveva iniziato a insegnare al Sociale a settembre 1990 e poi è mancato improvvisamente qualche mese dopo l’inizio dell’anno scolastico. Nell’elaborazione di quella dolorosa occasione, ricordo di aver percepito per la prima volta, concretamente, la dedizione dei Gesuiti a noi studenti, e, soprattutto, al Signore.

 

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