Davide Mosso

13 febbraio 2014

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17_davide mossoCapitale Sociale #17 – Davide Mosso, 49 anni, maturità classica al Sociale nel 1983. Avvocato penalista referente dell’Osservatorio Carcere per la Camera penale Vittorio Chiusano. Consigliere dell’associazione “Giuristi cattolici”.

 
1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al liceo del Sociale che più ti ha aiutato a diventare  l’uomo che sei oggi?

Nell’armadietto del circolo ove ho la fortuna di praticare il canottaggio c’è un oggetto che mi è particolarmente caro: la maglietta gialla che indossavo nelle ore di ginnastica al Sociale. Al centro, sotto lo stemma, il motto dell’Istituto: Ab alto ad altum. E forse potrei fermarmi qui. Cosa c’è infatti più del cercare, in ogni momento della vita, di fare meglio? In realtà un di più credo ci sia. Lo esprimo con le parole che sentii pronunciare uno dei primi giorni del ginnasio dal rettore del tempo, padre Rocca: “Noi Vi daremo tutto ciò che sappiamo perché da adulti lo restituiate in meglio. In particolare ai più poveri e bisognosi”.
Ecco il fondamento trasmessomi, da mio padre, da mia madre e dal “Sociale”.
Fare di più. Fare meglio. Fare per gli altri.

 

2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo, …… Ai tempi del tuo liceo ancorché  non venissero dichiarati credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

Il motto del Sociale e le parole di padre Rocca sono vive in me perché gli educatori che ho incontrato hanno incarnato quei principi.
Non hanno usato le parole “magis” e “ab alto ad altum”. Le vivevano. Non hanno parlato di discernimento. Discernevano e così insegnavano a discernere. Non hanno discettato di contemplazione nell’azione. Erano dei contemplativi nell’azione. Da loro ho ricevuto l’amore di chi educa verso chi gli è affidato; come se gli fosse figlio/a. Il mio ringraziamento, il mio affetto profondo, la mia devozione vanno sopra tutti a tre padri gesuiti.
Carlo Maria Vergnano, da pochi mesi ritornato al Cielo, Piero Buschini e Beppe Giordano.
Di padre Vergnano voglio ricordare qui l’insegnamento che cultura è quel che si è, non quel che si sa. Che più si è, più c’è responsabilità. Che nessuno è più importante di un altro.
Di Piero, che continua ancora oggi a guidarmi con le sue riflessioni settimanali pubblicate anche sul sito del Sociale (alla voce Sociale per tutti. Vangelo della Domenica) e che è possibile ricevere iscrivendosi alla newsletter, e consiglio vivamente di farlo, la lezione che alla verità, se mai esiste, si giunge solo attraverso l’ascolto e la comprensione delle ragioni dell’altro/a. E che al di sopra di tutto c’è l’amore.
Quanto a padre Giordano, al tempo del liceo era uno dei due padri spirituali “istituzionali”.
Io che però non ero particolarmente interessato all’offerta spirituale dell’Istituto, che veniva intelligentemente proposta senza forzature, a quell’epoca ebbi con lui solo pochi contatti.
Solo alla fine dell’università, scoprii da un lato l’associazione Comunità di Vita Cristiana e dall’altra trovai in Beppe, che ne era l’assistente, una preziosa guida spirituale che mi avrebbe accompagnato per quasi vent’anni.

 

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti e’ servita all’università prima e nella professione poi?

Che la qualità dell’insegnamento del Sociale sia stata, a mio avviso, di ottima qualità mi pare di averlo esplicitato.
Ho già detto che era, e sono certo lo sia tuttora, volto a formare ragazzi e ragazze che diventassero uomini e donne i migliori possibile. E dunque preparati, curiosi, attenti a ciò che accade, fedeli agli impegni, capaci di distinguere, desiderosi di eccellere e non solo per sé. Quello che voglio aggiungere è che per arrivare a questo risultato mi pare sia stata fondamentale l’offerta, accanto alle classiche ore di lezione, di una varietà di attività: i campi estivi, la raccolta carta o dei medicinali, gli esercizi spirituali, i cosiddetti servizi sociali. Alcune di queste esperienze possono essersi rivelate preziose come e più di un intero corso di insegnamento. Per quanto mi riguarda penso in particolare alle due ore che una volta alla settimana nel triennio trascorrevo nei reparti del Regina Margherita in cui erano ricoverati bambini/e e ragazzi/e il cui corpo fisico era stato colpito da tumore o leucemia. Il ricordo di un ragazzino di otto anni che piangeva per il dolore ed invocava “voglio morire voglio morire” mi è di aiuto ancora oggi per ringraziare per la vita che mi è donata e per cercare di “relativizzare” le mie esperienze.
Venendo più direttamente alla domanda, e per quanto mi sembri in realtà di aver già risposto, non posso che ribadire che la più che buona qualità dell’insegnamento strettamente scolastico ricevuto mi ha facilitato nell’apprendimento delle varie materie all’università.
E che grazie al più complessivo insegnamento alla vita mi è stato naturale sentire come ogni norma di legge ed ogni sua applicazione risponda ad una relazione tra esseri umani e ad una ricerca della giustizia. Che vede al centro, e prima di tutto, la persona. Quella che mi affida la sua libertà perché sottoposta ad un procedimento penale o che mi consegna il suo dolore, perché trovi per quanto possibile ristoro, come offesa da un reato. Ma anche gli uomini e le donne che incontro nel corso di quel procedimento. E dunque i cancellieri ed i magistrati, gli altri avvocati, i familiari di chi assisto. Le persone che lavorano insieme a me in studio. Peraltro il mio lavoro non è ovviamente disgiunto dalla vita, ne è parte ed una parte per me essenziale. E quindi nel tempo del lavoro cerco semplicemente di mettere a frutto, come chiunque altro/a credo, tutto ciò che dalla Vita ho imparato e tutto quello che cerco di continuare ad imparare.

 

4. Qual e’ l’aneddoto del liceo che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?

Gli aneddoti, come si può immaginare, sarebbero moltissimi. Mi limiterò a tre soltanto (applicazione della logica del di più).
Prima classico. Prima lezione di filosofia.
Il professore, lieve accento dialettale romano, si presenta chiedendo “A raga’, quali so’ le attività fondamentali dell’uomo?
Il silenzio si protrae anche quando ripete la domanda. Alla terza volta si alza la secchiona, bellissima, al primo banco. Mangiare, bere e dormire professore? “E fa’ l’amore cocca mia. Eh fa l’amore”. La filosofia trasmessa nella sua essenza come potete comprendere. Qualunque cosa ci avesse ancora insegnato difficilmente poteva essere superiore. Lui tuttavia ci provò qualche tempo dopo presentando Socrate, Platone ed Aristotele. La lezione memorabile.
“De Socrate che possiamo di’? Che era fijio de ‘na mignotta. Anche Platone era fijio de ‘na mignotta… ma chi era er pejo fijio de ‘na mignotta?… Il nostro silenzio fu rotto dalla sua risposta… Aristotile”. Non so se qualcuno avesse riferito a casa. Fatto sta, non lo vedemmo più.

Il professore di matematica della quarta ginnasio era un padre gesuita.
Si diceva avesse lungamente insegnato all’università e fosse stato un genio. Correva l’anno scolastico 1978-1979 e lui non ci spiegava la matematica ma la logica matematica. Più precisamente il linguaggio dei computer. Se lo avessimo seguito forse Torino e l’Italia avrebbero avuto un Bill Gates e uno Steve Jobs. Nessuno di noi però colse lo spunto.
Quello che invece facemmo, approfittando del fatto che la sua lezione fosse sempre alla prima ora – 8,15-9,10- lui ormai molto avanti negli anni, la sua vista ed il suo udito non più perfettamente efficienti, fu, da un certo punto dell’anno in poi, collocare una sveglia nel cestino che regolarmente cominciava a suonare alle 9. Qualcuno tra noi a quel punto si alzava e diceva “Professore sta suonando la campanella”….
Un ricordo ancora, spero non me ne vorrete.
Ma per me rappresenta un indimenticabile esempio di quell’insegnamento ad essere adulti e responsabili di cui ho parlato. Prima messa del ginnasio. Dopo la comunione, l’officiante, padre Manino, dice: “Voi quattro per favore fermatevi dopo la messa che voglio parlarvi”. Finita la messa prende da parte i quattro, che avevano fatto “casino” tutto il tempo e dice loro. “Ragazzi, qui noi mettiamo la messa alla prima ora apposta. Non è obbligatoria e nessuno vi dirà mai qualcosa se deciderete di non partecipare ed entrare un’ora dopo. Solo se venite però per favore seguitela “.
Non mi ricordo se partecipai alla messa successiva e a quelle dopo ancora. So solo e posso solo dirmi, e dirvi: “Quando fai una cosa falla al meglio”. Ab alto ad altum.
Auguri di cuore a tutti i ragazzi e le ragazze che stanno frequentando il Sociale.
Ed il mio grande, profondo, commosso grazie.
Al mio ginnasio –liceo, ai miei insegnanti e maestri, ai miei compagni e compagne.

 

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