Enrico Dessy

21 febbraio 2014

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20_enrico dessyCapitale Sociale #20 – Enrico Dessy, nato nel 1963, Laureato in Economia e Commercio a Torino, si è sposato nel 1999 ed ha due figlie di 13 e 11 anni. Ha vissuto dieci anni a Milano dove ha lavorato nel Marketing della The Coca-Cola Company. Dal 2004 è tornato a vivere a Torino: da quattro anni è docente di Marketing e Comunicazione d’Impresa allo IED – Istituto Europeo di Design di Torino e dal 2013 è Direttore Commerciale di Gruppo Spes, marchio di cioccolato a Torino della Congregazione di San Giuseppe dei Padri Giuseppini di San Leonardo Murialdo.

 
1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al liceo del Sociale che più ti ha aiutato a diventare  la persona che sei oggi?

Il senso del dovere trasmesso insieme all’esigenza di dimostrare qualche cosa. A 11 anni in prima media alla Tesoriera, eravamo coinvolti e motivati in una scuola moderna e dinamica, ma ricordo tanto rigore e non troppa indulgenza: erano tempi in cui figure come il Rettore, P. Corsanego, incutevano innato rispetto, c’era la temuta punizione della “panca del preside” e guida spirituale era Padre Capaci, già Padre Censore. Crescendo ed approdando al Liceo, pur senza venir meno il rigore, si è consolidata la sensazione di essere parte di un “sistema” articolato: si avvertiva positivamente il supporto morale dei padri spirituali, P. Farinetti e l’amico Beppe Giordano, e l’aiuto nello sport con P. Casassa, e P. Francisetti. Si, gli elementi determinanti sono stati il rigore e il senso del dovere: c’erano aspettative dichiarate da parte della scuola (Ab alto ad altum…) ed era nostro dovere soddisfarle.

 

2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo… Ai tempi del tuo liceo, ancorché  non venissero dichiarati, credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

I momenti scolastici di apprendimento erano intercalati ad attività religiose, culturali, sportive, di svago e di assistenza al prossimo; ricordo i Servizi Sociali, un lavoro vero, e di grande soddisfazione: indimenticabile l’esperienza di animazione dei bambini dell’Istituto Charitas. A soli 15 anni, ci veniva affidata una importante responsabilità, finalizzata anche a valorizzare noi stessi: contribuire a far sorridere per qualche ora dei bimbi sfortunati; e quei sorrisi erano davvero gratificanti.

 

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti è servita all’università prima e nella professione poi?

L’offerta accademica non si esplicitava solamente nel percorso didattico, ma era incentrata sulla formazione della personalità di noi studenti nel suo complesso.
Il GAM (prof. Maggiora) oltre a Lettere, ci insegnava a ragionare, Suor Laugero, severissima, cercava di aprirci la mente imponendoci ricerche complesse e articolate in inglese; Bosio ci ha fatto soffrire, ma in disegno tecnico e storia dell’arte ci portava a una preparazione universitaria! Si è trattato di una formazione a tutto tondo, non erano solo nozioni, ma modalità di affrontare gli impegni e la vita stessa.
Al Sociale si imparava che nulla va dato per scontato: pronti ad essere interrogati più volte di seguito… un metodo opprimente, ma specchio della vita reale in cui le difficoltà non si possono programmare! Ci è stato insegnato a sopportare e gestire carichi di lavoro importanti; nella prospettiva universitaria, abbiamo imparato ad organizzarci e a lavorare in gruppo: è stato un importante training di resistenza allo studio.

 

4. Qual e’ l’aneddoto del liceo che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?

Un aneddoto dà la misura della grande apertura mentale con cui veniva formato il nostro carattere: fine prima liceo, campo mobile nelle Valli Maira e Varaita; zaini da 20 kg, dislivelli di 1.500 m, pioggia continua e torrenziale… dopo 4 giorni il gruppo si spacca e una parte vuole fermarsi: il rispetto verso chi desiderava proseguire, impone a Padre Giordano di portare a termine il programma, ma non ci obbliga a proseguire: ci pone invece di fronte alla nostra scelta e alle nostre responsabilità, dandoci così fiducia. Comunichiamo con le famiglie per il necessario scarico di responsabilità, e in una decina rimaniamo soli a terminare la vacanza in tenda. Avevamo solo 14 anni, e quell’esperienza ha contribuito a farci crescere responsabilmente.
Infine una curiosità che mi piace ricordare: nel 1975 ci fu il trasloco da Via Asinari di Bernezzo in Corso Siracusa, e con l’occasione fu acquistato un nuovo tabernacolo in bronzo per la cappella. Quel tabernacolo fu donato con offerte di noi bambini delle seconde medie: ancora oggi, dopo 40 anni, sigillato in un suo doppiofondo dovrebbe esserci un foglio che porta le firme di ciascuno di noi.

 

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