Veronica Geraci

14 marzo 2014

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Capitale Sociale #27 – Veronica Geraci, classe 1969, maturità classica, 8 anni passati al Sociale (medie e superiori), sposata. Giornalista, si occupa di comunicazione e informazione da oltre vent’anni. Dopo aver girato il mondo per studio e per lavoro (aver frequentato Lingue all’università ha fatto la sua parte), da una quindicina di anni è in pianta stabile a Torino. Dal 2000 è responsabile dell’ufficio stampa al Museo Nazionale del Cinema.

 
1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al Sociale che più ti ha aiutato a diventare  la persona che sei oggi?

Mi sono sempre ritenuta fortunata ad aver frequentato il Sociale, mi ha dato molto, è stata una palestra di vita, e che con gli anni ha imparato ad apprezzare sempre di più.
Il dono più bello che ho avuto dalla mia formazione “socialina” è l’avermi aiutato a dare solidità al mio carattere, ho imparato a pensare con la mia testa, a non averne paura, e al tempo stesso a mettermi in discussione, a non dare mai nulla per scontato, al provare a essere costruttivamente (e non distruttivamente) critica prima di tutto nei miei confronti. Il non arrendersi, la tenacia, la volontà di cercare sempre una soluzione sono il risultato di incontri con persone fantastiche che mi hanno dato tantissimo. Tra tutti ricordo Padre Vergnano e Padre Buschini, due miei insegnanti con i quali ho avuto il piacere di fare un percorso di crescita personale. E ancora il prof. Precerutti, è grazie a lui se nella vita ho deciso di “lavorare” con le parole.

2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo… Ai tempi del tuo liceo, ancorché  non venissero dichiarati, credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

I concetti ignaziani erano nell’aria, si respiravano, si vivevano e condividevano tutti i giorni, era un modus vivendi, uno stile e una scelta di vita. Questo sia nella formazione scolastica sia nella trasmissione dei valori, e i servizi sociali ne erano una manifestazione ben chiara. Andare ad aiutare le suore del Cottolengo ha rappresentato uno dei momenti cardini della mia crescita come persona, una delle esperienze più belle e forti della mia vita.

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti è servita all’università prima e nella professione poi?

La qualità è stata molto alta, mentre frequentavo il liceo classico pensavo di essere finita in girone dell’inferno dantesco, ma posso dire di aver poi vissuto di rendita, non solo all’università ma anche nella vita professionale. Non si tratta mere competenze o nozionismo, ma anche e soprattutto di metodo di studio e approccio alla vita.

4. Qual e’ l’aneddoto del liceo che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?

Durante il liceo, non ricordo più per quale motivo, si era sparsa la voce che ci sarebbe stato sciopero, al pari dei nostri “colleghi” delle scuole pubbliche. Quando lo dissi a casa, mi ricordo che mio padre mi guardò con aria sorniona e, sorridendo, non disse nulla. Il mattino dopo alle 8 un bel gruppetto di noi era fuori, davanti all’ingresso principale, tutti abbastanza perplessi. Alle 8.10 in cima alle scale apparve Padre Guerello, che, senza proferire parola, ci fulminò con lo sguardo. Alle 8.15 eravamo tutti regolarmente in classe….

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