Francesca Collu

8 maggio 2014

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43_francesca colluCapitale Sociale #43 – Francesca Collu, maturità 1992. Al Sociale ha frequentato le medie e il Liceo classico. Sposata con Davide (anche lui ex allievo), è mamma di due bimbi di sei e quattro anni, entrambi, come tradizione di famiglia, frequentano l’Istituto Sociale (prima elementare, e scuola dell’infanzia).
Laureata in Giurisprudenza, è un funzionario della Corte dei Conti.
E’ cresciuta nella CVX (oggi CVX-LMS), nella quale permane tutt’ora, che rappresentano per lei una parte fondamentale per la crescita spirituale e umana.

1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al Sociale che più ti ha aiutato a diventare  la persona che sei oggi?

Mi sento “ignaziana” nell’anima, e sento di esserlo sempre più, ogni anno che passa: gli insegnamenti ricevuti al Sociale mi hanno plasmata come donna, moglie e madre. Per esigenze di sintesi citerò solo l’elemento che più mi sembra sia stato quello predominante: è stata la spinta verso il “magis”, quel desiderio di fare sempre qualcosa “di più e di meglio” con il dono della mia vita. Ricordo molto bene, ora, i tanti moniti di Padre Piero Buschini a non cercare alibi, a non trovare scorciatoie, a fare scelte responsabili, moniti che allora – adolescente – non capivo e forse un po’ mi infastidivano, ma sono stati semi germogliati con il tempo e hanno dato frutto nei momenti più importanti della mia vita.
Negli anni del Liceo, da adolescente, le esperienze di vita sono come segni indelebili: il mio servizio sociale al Ce.Pi.M. (Centro Persone Down), che è poi proseguito per tutti gli anni dell’Università, il mio impegno con “Gli Alunni del Cielo” di Padre Geppo Arione, i campi a Pragelato con Padre Piero Granzino, le esperienze nella CVX e nella LMS durante gli anni del Liceo e dell’Università, e così via. Ognuno di questi tasselli ha segnato il cammino, aiutandomi a comprendere ciò che era veramente importante: essere uomini e donne per gli altri, su qualunque strada il Signore ci avesse chiamati.

 

2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo… Ai tempi del tuo liceo, ancorché  non venissero dichiarati, credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

Ho detto quanto mi abbia segnata il “magis”.
Ho sperimentato la “cura personalis” e – onestamente – non ricordo se fosse un concetto esplicitato. Certamente era praticato, ogni giorno, con ognuno di noi. Sono certa, e lo percepivamo tutti, che per ogni allievo ci fosse un’attenzione speciale e particolare.
Posso fare memoria di una persona a me tanto cara, con la quale ho camminato per pochissimo tempo, perché è stato chiamato prestissimo in Paradiso: Padre Fabio Danesi, il mio insegnante di fisica per una parte della seconda liceo classico. Io, decisamente refrattaria alle materie scientifiche (matematica e fisica, appunto), di lui ho ben in mente e nel cuore l’attenzione ad ognuno di noi e la sua capacità di conoscerci, di sapere chi fossimo intimamente, quanto poteva chiedere a ciascuno e la sua accoglienza dei nostri limiti.

 

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti è servita all’università prima e nella professione poi?

Non voglio dilungarmi in aspetti più “tecnici”, come, ad esempio, il fatto che già negli anni Novanta, al Sociale si puntasse molto sullo studio delle lingue straniere, al di là di quelli che erano i programmi ministeriali.
Mi soffermo sul fatto che ho ricevuto un’ottima formazione, di alto profilo. Ho avuto diversi docenti, religiosi e laici, credenti e non credenti, ognuno in grado di trasmettere amore per la conoscenza non finalizzata a se stessa, ma per quello che, grazie ad essa, la persona può diventare. Ho studiato molto durante il Liceo classico. A distanza di vent’anni il ricordo più netto che ho dei miei insegnanti è quello dei loro costanti stimoli a fare meglio, a dare di più: ciò che ora comprendo (ma allora non coglievo) è che questo avveniva indipendentemente dai voti ottenuti. Il loro obiettivo era che imparassimo a pensare criticamente, a prendere posizione autonomamente – nel pieno rispetto di quella altrui – utilizzando in modo proficuo gli strumenti che ci venivano forniti. Sotto questo aspetto, anche un buon voto dava loro motivo di stimolo a migliorare!
Adesso che sono mamma e che vedo i miei bimbi, penso che quello che vorrei per loro è proprio questo: certo, il sapere e imparare sono cose importanti, ma ciò che conta veramente è diventare persone complete, attente agli altri e al mondo che li circonda e, soprattutto, in grado di ben utilizzare ciò che apprendono.
Lo spirito critico, il rispetto delle posizioni altrui, la capacità di mettersi in discussione, e l’impegno a tenere saldi i propri valori (non le idee, ma i valori!) nel mondo che cambia, sono stati utilissimi nel mio lavoro, sia da un punto di vista strettamente “tecnico – professionale” (i giuristi devono saper ben argomentare e motivare), sia sotto un profilo umano e relazionale. Inoltre, ho più volte cambiato lavoro e, quindi, ho spesso fatto ricorso alla mia “cassetta degli attrezzi”, imparando a far fruttare al meglio ciò che avevo appreso.

4. Qual e’ l’aneddoto del liceo che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?

Ci sono mille aneddoti… Mi commuovo anche a fare memoria di quegli anni così ricchi e carichi di emozioni!
Gli amici, gli insegnanti, i Padri, le persone che non ci sono più, i viaggi in Irlanda con Padre Mauro Pasquale, le estati a Pragelato e le camminate in montagna con Padre Piero Granzino e Padre Beppe Giordano (che bagnavano gli zuccherini di Genepy!), i ritiri spirituali…
Un episodio che ricordo con piacere riguarda la festa di fine anno, poche settimane prima dell’esame di maturità. All’epoca la festa di fine anno era una sorta di momento goliardico dei maturandi, che si divertivano a fare scherzi innocenti, a ballare e ridere nel piazzale della scuola. Tutto era autorganizzato e autogestito da noi.
Nessuno si aspettava che anche i Padri e gli insegnanti partecipassero alla nostra gioia per la conclusione di quel percorso. Così rigorosi nella quotidianità e così ligi alle regole hanno fatto festa con noi, seppur a modo loro!
Questo mi fece capire (anche se l’ho capito solo con il tempo) che è la quotidiana normalità che consente di rendere speciale e straordinario il giorno di festa!

 

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