Stefano Tizzani

16 maggio 2014

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stefano tizzaniCapitale Sociale #44 –
Stefano Tizzani, nato nel 1970, maturità classica 1989. Marito di Paola e papà di 3 figli. Avvocato Penalista, Assessore al Comune di Giaveno.

1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al Sociale che più ti ha aiutato a diventare  la persona che sei oggi?

L’uomo che sono oggi è il frutto di plurimi fattori ed esperienze. In primis l’educazione ricevuta dalla mia famiglia, direi piuttosto rigorosa e tradizionale. Poi la felice esperienza della scuola media, trascorsa tra i banchi dell’Istituto Pacchiotti di Giaveno, con i Fratelli delle Scuole Cristiane, guidati dall’energico Fratel Fausto. Indimenticabili gli sportivissimi Fratel Carlo e Fratel Mario, cui la mia Città ha intitolato il Palazzetto dello Sport. Studio e pratica sportiva, rigore morale, educazione e rispetto per gli altri, principi di vita che ho ritrovato al Sociale.
Il liceo classico però, è stata la “palestra” che mi ha fornito gli strumenti necessari ad affrontare la sfida più grande, la vita.
Rigore morale e severità, nuove materie appassionanti come la filosofia, le lingue classiche, la curiosità per la storia e poi le scienze naturali, ammaliati da Padre Vergnano, e ancora la storia dell’arte… una sfida continua a migliorarsi, a mettersi in discussione, a crescere ma con una possibilità in più, la vicinanza di un padre spirituale, come Padre Granzino o Padre Giordano, un faro nella nebbia di un’età non facile.

 

2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo… Ai tempi del tuo liceo, ancorché  non venissero dichiarati, credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

Magis e cura personalis, pur non esplicitamente dichiarati, erano parte integrante del progetto educativo, permeavano l’aria che si respirava. Il motto del sociale ne è il sunto: ab alto ad altum.
Appena raggiungevi un obiettivo, non avevi il tempo di fermarti e gustarne un po’ la soddisfazione che già eri rivolto all’obiettivo successivo, una sfida costante e impegnativa che però portava a scoprire in noi, continuamente, nuove risorse. Mai accontentarsi, si può sempre migliorare!
Stesso discorso per la cura personalis, il non essere mai soli, il tentativo di farci partecipi e coscienti, la responsabilità di doversi mettere a servizio dei più deboli. La persona al centro del progetto educativo.
Il tutto, insegnato attraverso l’esempio. I valori ignaziani venivano trasmessi così.
Il Sociale é una grande famiglia, e noi siamo sempre stati orgogliosi di esserne parte.
Come ripete ancora oggi Padre Denora, al Sociale per la formazione conta la persona, la sua crescita globale, il suo essere con e per gli altri.

 

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti è servita all’università prima e nella professione poi?

Non ho mai studiato tanto quanto al Sociale. Certo, mentre lo frequenti di domande te ne poni, come ad esempio:” non potevano mandarmi in una scuola più facile?”. Rigore e disciplina. Frequentando l’università però apprezzi il lavoro fatto al liceo e, rispetto a molti coetanei di altre scuole, mi sono trovato a mio agio nei difficili corsi ed esami della Facoltà di Giurisprudenza. Non posso che essere grato ai miei insegnanti ed ai Padri Gesuiti però, non solo per quanto appreso, ma per il metodo. Il classico è un liceo difficile, ma al Sociale era qualcosa in più.
Oltre allo studio, il nostro liceo consentiva di vivere alte esperienze educative. I servizi sociali che obbligatoriamente frequentavamo nel triennio, mi hanno insegnato a rapportarmi con il prossimo, a comprendere il suo dolore, le sue difficoltà, il disagio, ma anche a tirarmi su le maniche ed a darmi da fare per aiutare concretamente i meno fortunati. Uno stile di vita che mi è rimasto dentro, un timbro indelebile. Dal Cottolengo ai ragazzi difficili di Borgata Lesna, al Catechismo per i più piccoli, senza dimenticare le CVX. Un mettersi al servizio che non è finito con il liceo ma che continua ancora oggi. prima con le associazioni di volontariato, poi con la scelta di impegnarsi nell’amministrazione della mia città, Giaveno, prima come consigliere comunale e poi da assessore.
Poi tantissimo sport, aggregazione e fratellanza con i campi estivi e le lunghe camminate in montagna.
Aprirsi al mondo.

 

4. Qual e’ l’aneddoto del liceo che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?

Aneddoti ne avrei, ma potrei mettere in difficoltà alcuni illustri compagni di scuola…oggi stimati manager o professionisti.
Mi si scalda il cuore solo al pensiero. Al liceo, in quell’età così bella e complicata al tempo stesso, si stringono quelle amicizie che non puoi dimenticare, quella fratellanza che ti fa sentire vicino anche quando per anni poi non riesci ad incontrarti. Per me è così ancora oggi, e ogni tanto con alcuni compagni, ci ritroviamo per una cenetta, per sorridere insieme delle nostre passate imprese e raccontarci del lavoro e della famiglia.
Uno aneddoto simpatico però lo posso ricordare: lo scorrere lento ed inesorabile del dito indice di Padre Vergnano sul registro di classe prima di ogni interrogazione, in giù e poi di nuovo in su, cognome dopo cognome… la tensione saliva mentre pronunciava freddamente la parola: “Vengano…” e proprio quando credevi che ti avesse superato… “Tizzani… Battaglino!”.

 

 

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