Marta Cravino

28 maggio 2014

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46_marta cravinoCapitale Sociale #46 – Marta Cravino, Maturità 1996. Al Sociale ha frequentato Medie e Liceo Classico. Laureata in Medicina e Chirurgia con lode e specialista in Medicina Interna, lavora come medico urgentista all’interno di un grande ospedale Torinese, occupandosi in particolare di ecografia in emergenza-urgenza. Cresciuta nella CVX, dopo l’esperienza scolastica dei servizi sociali, ha continuato in questi anni a svolgere varie attività di volontariato sia all’estero che nel territorio cittadino.

1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al Sociale che più ti ha aiutato a diventare  la persona che sei oggi?

Nel corso degli anni, confrontandomi quotidianamente con realtà umane molto diverse, ho avuto la certezza che la mia formazione ‘socialina’ abbia condizionato ed influito in modo netto il mio percorso personale e mi sono spesso interrogata sul come e sul perchè di questo… Credo che l’elemento cardine sia stata l’estrema apertura mentale che mi è stata trasmessa ed insegnata in quegli anni; ricordo ancora come un mantra la frase spesso ripetuta da Padre Buschini, allora Rettore, “noi vi diamo i mezzi per essere in grado di giudicare e prendere decisioni… il resto tocca a voi…”. Mi ha, quindi, sempre accompagnato, nel corso degli anni e delle mie scelte di vita, l’insita consapevolezza di avere in me le risposte; dovevo solo fermarmi, riflettere e mettere in ordine con calma un insieme di dati, apparentemente informe, che avevo nella mia mente, filtrarlo con il mio cuore ed i miei sentimenti, e poi prendere la decisione. Non parlo soltanto delle tante nozioni acquisite nel corso degli studi fatti, ma soprattutto dei molteplici momenti di riflessione, discussioni e di confronti individuali e comunitari, su temi personali, ma anche sociali e di attualità, vissuti con intensità e guidati da persone colte e rigorose ma non rigide, severe, ma comunque molto umane ed aperte alla diversità; tanti piccoli tasselli che hanno caratterizzato i miei anni di vita socialina, che mi hanno formato come persona e donna, che mi hanno insegnato ad analizzare ed a prendere in considerazione gli eventi in e con diverse prospettive, ad ascoltare altri, a meditare, a capire e poi di conseguenza a scegliere. Proprio tutto questo, credo, abbia fatto la differenza in me e nella mia quotidianità.

 2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo… Ai tempi del tuo liceo, ancorché  non venissero dichiarati, credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

Io credo che tali principi ignaziani venissero già allora, messi in atto ed insegnati. Ricordo quando, allora ragazzina, mi fu spiegato da uno dei Padri il motto che appare nello stemma del Sociale, sotto lo scudo: “ab alto ad altum”. Mi disse che noi, come singoli individui, dovevamo ambire a raggiungere sempre il massimo, dovevamo impegnarci a dare il meglio di noi tanto negli studi quanto nella vita familiare e personale e sottolineò come questo poi ci sarebbe servito per essere di aiuto agli altri e per integrarci in modo efficace nella società. Già allora, a supporto di tale filosofia di vita, oltre allo studio, si facevamo sempre tante altre attività complementari per formarci come singoli individui, ma sempre attenti agli altri. Ricordo, per esempio, conferenze con forti testimonianze di personalità impegnate nel tessuto solidale cittadino ed i servizi sociali, in multipli ambiti, così che ognuno con le proprie doti ed attitudini potesse scegliere come meglio essere di aiuto, con estrema libertà, senza forzature. Ho sempre trovato il motto del Sociale affascinante ed è presto diventato anche per me una filosofia di vita. Tendere sempre a far fruttare i propri “talenti”, in tutti gli ambiti della propria vita, con coscienza dei propri limiti e delle inevitabili battute d’arresto, ma comunque con la volontà di impegnarsi per dare sempre il massimo, cercando di migliorare se stessi, per essere poi di aiuto e magari fare la differenza anche per le persone che ci circondano.

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti è servita all’università prima e nella professione poi?

Sul versante puramente accademico e scolastico penso che i risultati professionali che ho ottenuto parlino da sè. Sicuramente il metodo di studio che mi è stato impartito mi ha dato modo di frequentare gli anni di medicina in grande tranquillità. Ricordo i tempi del liceo come anni divertenti, ma anche di studio molto faticoso, intenso e continuo. Francamente l’università non ha rappresentato per me un impegno maggiore, anzi! Almeno non c’erano interrogazioni quotidiane! In quanto poi alla mole di studio, le famose “sommative” di italiano della Prof.ssa Bianco mi avevano già preparato a carichi di lavoro piuttosto importanti, per cui per me lavorare prima è servito a vivere un po’ di rendita ai tempi dell’università.

4. Qual e’ l’aneddoto del liceo che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?

Più che un aneddoto è stato un evento che sicuramente ha segnato irrimediabilmente la mia vita. Eravamo andati a visitare il Cottolengo con Padre Granzino, allora mio Padre spirituale, avevo 16 anni. Dopo la visita, che mi colpì nel più profondo, ricordo che parlai a lungo con lui e gli manifestai la volontà di iniziare fare pò di volontariato con i malati. La cosa inizialmente si dimostò tutt’altro che facile, essendo io minorenne ed i degenti fissi affetti da patologie non semplici, ma alla fine, tramite un suo provvidenziale intervento, fui accontentata ed iniziò la mia primissima esperienza nel campo della sanità. Scoprii un mondo, a me fino ad allora sconosciuto, fatto di sofferenza fisica e mentale, di disagi e di abbandoni; un mondo dove spesso la natura umana era stata impietosa e su cui la medicina era stata talora impotente, talora purtroppo addirittura peggiorativa, ma comunque presente… capii che quella era la mia strada… Due anni dopo feci il test di medicina.

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