Carlotta Rovere

3 giugno 2014

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47_carlotta rovereCapitale Sociale #47 – Carlotta Rovere, classe 1979, diplomata al Liceo Classico nel 1998 e laureata in Giurisprudenza nel giugno del 2003 magna cum laude.
“Nemmeno il tempo di laurearmi ed inizio immediatamente, nella stessa estate della laurea, la pratica forense presso lo studio professionale di cui sono già soci due ex allievi; in particolare uno di loro, già consigliere dell’Associazione Ex Alunni, mi aveva “riservato” un posto in prima fila (o in prima linea) nello studio, per avermi conosciuta non a scuola (abbiamo dieci anni di differenza e dunque non ci siamo mai incrociati) ma nel gruppo giuristi dell’Associazione Ex Alunni, di cui entro a far parte immediatamente dopo il diploma”.

1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al Sociale che più ti ha aiutato a diventare  la persona che sei oggi?

Credo di poter affermare che ciò che mi è rimasto di più della formazione ricevuta negli 8 anni di Istituto Sociale sia l’apertura mentale. Già sono stata molto fortunata a nascere e crescere in una famiglia dove la libertà di pensiero e il reciproco confronto sono stati elementi caratterizzanti dell’educazione impartitami. A ciò si aggiunga il fatto che al Sociale non ho mai vissuto le imposizioni tipiche delle istituzioni scolastiche in generale, e religiose in particolare. L’offerta formativa (e mi riferisco in particolare a quella spirituale) era libera e assolutamente concreta; questo, da un lato, mi ha consentito di apprezzarne la profondità e la valenza, perché è stata sempre frutto di una libera scelta.

2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo… Ai tempi del tuo liceo, ancorché  non venissero dichiarati, credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

Assolutamente sì. L’attenzione al singolo è forse ciò che maggiormente ha caratterizzato la mia formazione adolescenziale, distinguendosi, sotto questo profilo, da altre scuole dove la componente individualista è tendenzialmente accantonata (o comunque non valorizzata) a beneficio della ‘trattazione collettiva dell’allievo’. A scuola ci hanno sempre trattati come individui e mai come massa e l’obiettivo dichiarato e raggiunto era quello di farci crescere e maturare come persone prima ancora che come alunni, valorizzando i nostri talenti.
Quanto al concetto di magis, è uno degli aspetti concreti dell’educazione ignaziana che mi caratterizza di più e che mi sono portata dietro per tutta la mia vita. Il mio motto è “Quando le mani sono occupate, il cuore è sereno”. Si tratta di un antico detto giapponese, ma personalmente l’ho adattato al concetto di “spirito di servizio” che ho appreso nel corso dei miei anni al Sociale. Il volontariato del terzo anno, che poi ho proseguito al Cottolengo sino al diploma e che ho ‘trasformato’ in volontariato notturno in Croce Verde negli anni dell’Università e che mi occupa tutt’oggi, mi ha consentito di sensibilizzarmi alle ingiustizie presenti nella nostra società. Questa esperienza mi ha permesso da un lato, di essere sempre consapevole e grata della mia fortunatissima condizione, e dall’altro lato di non sentirmi inutile per il prossimo.

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti è servita all’università prima e nella professione poi?

La qualità dell’offerta formativa è stata altissima. Credo di essere stata anche particolarmente fortunata perché nel mio terzo anno di liceo, al momento del passaggio dal ginnasio, sono state fatte delle ‘rivisitazioni’ al corpo docente che hanno portato ad avere, per la mia classe (e a mio avviso, naturalmente) il miglior corpo docente a disposizione nella scuola in quegli anni; con molti dei miei insegnanti sono tuttora in contatto e c’è fra noi una stima profondissima.
Sono sempre stata brava a scuola; non un genio, ma una ragazza sveglia e interessata e facilitata all’apprendimento; ho studiato molto, senza dubbio, ma il metodo di studio che mi è stato insegnato al Sociale (forse ancor prima del Liceo, già alle medie) mi ha consentito in primis di vivermi un liceo da normale adolescente, non rinunciando a nulla per stare sui libri, e soprattutto di affrontare l’università praticamente ad occhi chiusi. Ho (quasi) vissuto di rendita per quattro anni e questo lo devo sicuramente alla formazione scolastica ricevuta nel corso dei miei anni al Sociale.
Quanto al lavoro, purtroppo ho dovuto ripetere l’esame di stato tre volte prima di accedere, finalmente, alle prove orali; la prima bocciatura (il primo fallimento scolastico della mia vita) è stata una doccia fredda totalmente inaspettata e solo con il una buona dose di autostima e cura personalis sono riuscita a riaffrontare le successive prove.
Una nota di colore che mi piace sempre ricordare è questa: a fine scuola media si facevano dei colloqui orientativi per decidere il percorso scolastico da affrontare dopo l’esame. La psicologa all’esito a quel colloquio mi disse che avevo una dose altissima di “attitudine al problem-solving”; ovviamente all’epoca non avevo idea di cosa volesse dire ma vi assicuro che ora che faccio l’avvocato da 11 anni mi rendo conto di quanto avesse ragione!

4. Qual e’ l’aneddoto del liceo che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?

Ce ne sono tanti, ma mi piace raccontare questo. Gli ultimi due anni di Liceo ci sono state molte feste dei 18anni e così si è fatta anche la mia. Avevo invitato anche il nostro J.P. “accompagnatore spirituale” delle ultime classi del liceo e all’epoca poco più che novizio, un ragazzone spagnolo estremamente colto, simpatico e carismatico, dal quale tutte noi giovani fanciulle eravamo fortemente affascinate. Rimasi di stucco quando si presentò alla festa in abito talare! Era la prima volta in due anni che lo vedevo così, perchè vivendo molto a contatto con noi allievi era sempre abbigliato in modo sportivo e più “pratico”. Accortosi del mio stupore mi disse “Beh…sull’invito c’era scritto ABITO LUNGO!”
Battuta a parte, la scelta di J.P. di mostrarsi in pubblico con quell’abito che rappresentava la sua scelta di vita, presa, così giovane, grazie a quell’amore bruciante che solo la vera vocazione può dare, mi ha sempre fatto pensare all’importanza delle nostre scelte, alla ponderazione con cui vanno fatte ed all’importanza della coerenza da mantenere per tutta la nostra vita.

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