Una estate “diversa”…

9 settembre 2014

L’estate, meritato tempo di svago e di riposo, può essere efficacemente impegnata in attività di altissimo valore sociale, umano e formativo. Ne è un esempio la numerosa partecipazione di molti alunni ed ex-alunni del Sociale ai campi estivi organizzati dai Gesuiti italiani. Nell’estate 2014 in particolare, molti alunni ed ex-alunni del Sociale si sono recati a Sighet, in Romania, dove da anni siamo “gemellati” con alcune “case-famiglia”. Lì i nostri ragazzi hanno conosciuto queste nuove realtà, collaborato a diverse attività, animato i bambini e ragazzi, facendo nuove amicizie.

Un’altra esperienza altrettanto forte e significativa l’hanno vissuta due nostri ex-alunni: Elia Colombotto e Alberto Miconi. Terminati con successo gli Esami di maturità lo scorso luglio, sono partiti alla volta di Cuba per un campo di alcune settimane al servizio degli altri, incontrando una realtà particolare e difficile.  Di seguito riportiamo le due testimonianze di questi nostri due ragazzi.

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10576897_10203527764173272_275285075_nLa mia esperienza a Cuba (assieme al mio coetaneo ed ex-compagno di scuola Elia Colombotto) è stata molto faticosa, ma anche divertente e molto bella. Siamo partiti il 3 agosto di mattino da Milano (un altro gruppo partiva da Roma) e abbiamo fatto scalo a Madrid. Dopodiché, ben 10 ore di volo fino a L’Avana, Cuba; eravamo arrivati di sera e abbiamo subito visitato il convento di Belén, “quartiere generale” dove venivano svolte parte delle attività, si faceva colazione e si faceva quasi sempre cena. Il giorno successivo non è stato un giorno di lavoro, infatti abbiamo fatto una sorta di giro turistico di L’Avana, in cui abbiamo anche visitato i luoghi in cui avremmo poi svolto le nostre attività: Edad de Oro, una sorta di manicomio, adibito alle persone disabili e con problemi mentali, la cui visita e la visione delle varie stanze mi ha colpito profondamente e mi ha anche sconvolto, per via delle condizioni in cui i disabili vivevano, nonostante il grande impegno di infermieri e suore che lavoravano nel luogo.

10617573_10203527763813263_1713939396_nInoltre, tornando alla nostra “giornata turistica”, abbiamo anche visitato Casablanca, un quartiere, mediamente più povero rispetto agli altri, che si trovava dall’altra parte della baia di L’Avana, raggiungibile tramite tunnel automobilistico subacqueo o tramite la “lancha”, un battello che impiegava circa 20 minuti ad attraversare la baia.

A Casablanca l’attività era riservata all’animazione per i bambini e talvolta anche a pulizia di case per il quartiere o ri-verniciatura di pareti delle case. Oltre a ciò, a Casablanca si svolgeva ogni giorno verso le 16.30/17.00 la Messa nella chiesa del luogo, nostro punto operativo. Dunque queste erano le attività e aggiungerei anche una terza attività, che ha avuto luogo solamente la prima settimana e che si svolgeva interamente nel quartiere di La Habana Vieja, il quartiere in cui c’era il convento di Belén e i vari conventi e luoghi in cui dormivamo (a proposito, il mio si chiamava Convento de San Augustín) e consisteva nel distribuire a delle famiglie o piccole comunità di anziani due o più buste di latte in polvere (leche en polvo).

La giornata tipo a Cuba per me, che lavoravo a Casablanca, era:
– Ore 7.25: sveglia
– Ore 8.00: arrivo al convento de Belén, prima preghiera della giornata e colazione
– Ore 9.00: divisione dei vari gruppi in Edad de Oro e Casablanca (erano gruppi fissi)
– Ore 9.30 circa: arrivo ai punti di lavoro e attività fino alle 12.30/13.00
– Ore 13.00-15.00: riposo
– Ore 15.00-16.30/17: attività pomeridiane
– Ore 17.00: Santa Messa celebrata a Casablanca
– Ore 18.30: ritorno ai propri alloggi
– Ore 20.00 circa: cena
– Dopo cena: se eravamo stanchi tornavamo subito ai nostri rispettivi conventi, altrimenti facevamo dei brevi giri notturni per l’Avana.

10637733_10203527767573357_1310872688_nQuesta era la giornata tipo a Cuba, a eccezione dei giorni in cui ci si recava assieme a gruppi di persone (di Casablanca) al mare: in quel caso si prendeva l’autobus (chiamato a Cuba “guagua”) e dopo mezz’ora di viaggio si arrivava al mare verso le 11 e si faceva attività quasi ininterrotta fino alle 16.30, per poi tornare indietro e fare la Messa nella stessa chiesa.

Riguardo alle mie impressioni ho avuto delle impressioni varie: da una parte ero felice, perché comunque mi sono accorto di essere molto fortunato e di avere tutto nella mia vita, a differenza di quasi tutte le persone che ho incontrato a L’Avana, che pur avendo molto meno di noi, riuscivano a trovare la felicità e una gioia di vivere fuori dal comune.

Inoltre credo che questa esperienza abbia cambiato di nulla o veramente poco la vita delle persone cubane che abbiamo assistito o accompagnato al mare, mentre credo che abbia cambiato profondamente le nostre vite, anche per quanto riguarda la dimensione più spirituale. Per concludere posso dire che ripeterei subito quest’esperienza, perché come già detto in precedenza è stata faticosa, ma anche bella, divertente e molto gratificante.

(ALBERTO)

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La giornata era partita male sin dall’inizio: un risveglio a base di letto d’ospedale (come i passati risvegli da oramai due settimane) e l’acqua che per la quarta volta non usciva dai rubinetti; di magliette propriamente pulite non se ne vedevano da giorni e il caldo era più insopportabile del solito. Per cominciare ancor meglio ricevemmo la notizia del “Oggi niente bambini, si va a pulire una casa” e dunque giù di churros per riprenderci e tirare avanti fino alle sei di sera perché: “se il panino del pranzo è ancora quello di ieri io giuro che mi tolgo la vita”. Ma tra tutte, dico tutte le case che potevamo pulire uno degli ultimi giorni, con la schiena rotta e la faccia rossa come un peperone, dovevano proprio rifilarci quella di un’accumulatrice seriale?

Era la madre di Melissa, una bambina che sin dal primo giorno era stata con noi a giocare, occhi azzurri e un faccione davvero tenero; ma la madre, cielo la madre incuteva un timore non da poco! e la ragione di tutto ciò erano una serie di operazioni e malattie che l’avevano disabilitata gravemente, lasciandole non molto da vivere. Ebbene, gli oggetti tanto accumulati dalla donna non erano altro che lattine: di ogni genere, forma, raccolte ovunque e in accumulo dentro la casa da chissà quanto. L’unica informazione che ci venne data fu la modalità di smaltimento, ovvero schiacciarne il più possibile per poi rimetterle dentro la casa nell’esatto posto in cui le avevamo trovate. A quel punto tra noi scese il panico: ben sapendo che il lavoro si sarebbe svolto armati solo di martelli sotto il sole cocente, a cosa sarebbe servita una fatica tanto grande per poi lasciare (più o meno) tutto com’era stato trovato? Il lavoro però, malgrado la visibile esasperazione e incomprensione del problema venne svolto al meglio, aiutati persino da un camion che ci fece da pressa improvvisata. Quando oramai la giornata volse al termine e ci riunimmo tutti al convento per cenare ci venne data la spiegazione di tutto quel gran da fare: la donna, impossibilitata a lavorare e con ancora poco da vivere voleva assicurare un piccolo futuro per la bambina, una scuola magari, o del cibo, insomma una vita; le lattine, se vendute, a Cuba fruttano circa 5 dollari al Kilo: quell’ammasso informe che avevamo schiacciato per ore non era spazzatura o una semplice opera di carità, ma una possibilità di futuro per Melissa.

Ecco come vissi questa esperienza, come vissi il missionariato: una fatica unica dalla mattina alla sera, sarei un falso se raccontassi di spiagge stupende e nessun impegno o sforzo o sacrificio; ma sarei anche un falso se negassi i bellissimi momenti con il gruppo, i giorni dove era concesso solo il riposo e il relax, ma in ogni caso, aver faticato non necessariamente è sinonimo di aver fatto una brutta esperienza: per quanto mi riguarda il missionariato non è vedere e neanche vivere un esperienza accanto a chi ha più bisogno, ma condividere con i propri mezzi un piccolo periodo della vita insieme ad un altro, dove non sempre sei tu il migliore e il più forte.

(ELIA)

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(fotografie di Alberto Miconi)

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