Giulia Facchini

15 settembre 2014

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giulia facchiniCapitale Sociale #53 – Giulia Facchini, Maturità classica presso l’Istituto Sociale della Compagnia di Gesù; laureata in giurisprudenza all’Università degli studi di Torino, in diritto di famiglia, è iscritta all’albo degli Avvocati di Torino dal 1985, esercita la professione forense.

1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al Sociale che più ti ha aiutato a diventare  la persona che sei oggi?

Un paio di anni fa con la mia compagna di banco del liceo, Roberta Ligotti, siamo andate a trovare il padre Guerello, già preside del liceo ai nostri tempi (maturità 1979) e nostro amatissimo professore di Italiano. Gli abbiamo raccontato delle nostre vite e delle nostre professioni, che svolgiamo con passione, ma anche con grande impegno, fatica e sacrificio personale.
Ad un certo punto il padre Guerello, ammirato della nostra passione professionale, ci ha domandato: “… ma dove avete imparato a essere così…” e noi all’unisono e senza pensarci abbiamo risposto: “al Sociale!” (e lui si è commosso).
Il motto che campeggiava sul nostro diario “Ab alto ad altum” mi è entrato nel DNA. La serietà, e l’impegno in qualunque attività, l’attenzione per le singole persone con cui vengo in contatto, la necessità di fare il massimo possibile per ciascuno sapendo, che poi bisogna anche affidarsi ed affidare le persone e le situazioni all’alto, perché non tutto è nelle nostre mani credo sia la lezione più importante appresa al Sociale.

 2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo… Ai tempi del tuo liceo, ancorché  non venissero dichiarati, credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

Forse questi concetti non venivano “pubblicizzati”, allora non c’erano i siti internet, i social network e tutti gli strumenti di comunicazione che abbiamo oggi, ma i principi erano gli stessi e forse proprio perché noi giovani avevamo meno “stimoli” e distrazioni erano concetti davvero vissuti.
Io ho fatto parte della CVX e con il mio gruppo ho potuto fare esperienze straordinarie e profondamente formative. Non mi sono persa mai né un campo di lavoro (neppure quando si trattava di andare in Irpinia in roulotte al freddo durante le vacanze di Natale, l’anno che ci fu il terremoto (1980) anche se ero già all’università, né una settimana biblica a San Giacomo di Entracque, né un congresso nazionale delle CVX, dove ho stretto amicizie con congregati di tutta Italia che frequento ancora oggi. La spiritualità ignaziana –con gli esercizi spirituali- era davvero praticata quotidianamente, certo a livello di ragazzi del liceo, ma guardando a distanza gli amici di allora vedo che in tutti noi questa pedagogia ha lasciato un forte segno.

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti è servita all’università prima e nella professione poi?

Negli anni in cui ho frequentato io il sociale debbo dire sinceramente che non tutti i docenti erano di qualità. Erano anni di “passaggio” i professori gesuiti diminuivano e a volte i laici che li sostituivano non erano “eccellenza” e non ricordo venissero formati alla spiritualità ignaziana come ora. A quei tempi i docenti bravi preferivano la scuola pubblica che dava maggiori garanzie e nella quale si entrava facilmente di ruolo. Un rimpianto ad esempio è di non avere avuto modo di approfondire, come avrei voluto, alcune materie ad esempio filosofia. In compenso la letteratura e in particolare la divina commedia spiegata dal padre Guerello è stata un must.

4. Qual e’ l’aneddoto del liceo che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?

Io sono stata la “disperazione” dei gesuiti dell’epoca. Il sociale aveva aperto alle ragazze solo da tre e i poveri padri, straordinari educatori di maschi, non avevano ancora individuato adeguate alternative educative per l’altra metà del cielo; un piccolo esempio, per i ragazzi c’era la forma aggregativa del calcio e per noi nulla, allora io ho iniziato la mia rivoluzione al femminile organizzando prima un gruppo che (polemicamente) mentre i nostri compagni giocavano a pallone faceva bende per i lebbrosi all’uncinetto, poi ho organizzato “la rivoluzione del grembiule” che noi ragazze avevamo l’obbligo di indossare e i nostri compagni no.
Eletta poi nel consiglio di istituto ho cercato di lavorare per una effettiva parità educativa certo portando un p0o di scompiglio. Insomma pur con affetto i padri di allora ricordano bene le mie rivendicazioni “sindacal- femministe”, ma anche questa palestra mi è stata utilissima per continuare a impegnarmi. Nella vita infatti ho fatto il consigliere di circoscrizione e poi il mio impegno di è volto alla politica forense, ho fatto e faccio parte di alcune associazioni di avvocati con le quali ho avuto ed ho incarichi a livello nazionale anche se il mio sogno resta fare il ministro della giustizia…

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