Luca Iaccarino

2 Marzo 2016

cap_soc_banner_615x100_white


luca iaccarinoCapitale Sociale #4-2016 – Luca Iaccarino, maturità scientifica 1991, è editor per EDT-Lonely Planet. Scrive per Repubblica e per il sito di Vanity Fair. Ha pubblicato una decina di libri di viaggi, avventure e sapori per Lonely Planet, Mondadori e ADD. Per sua stessa definizione, “ha una moglie paziente, due figli ingordi, un profilo Facebook scanzonato e la sola regola di non prendere le cose troppo sul serio”.

 

 

1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al Sociale che più ti ha aiutato a diventare  la persona che sei oggi?

Indubbiamente la sensazione che lo spirito d’iniziativa venisse premiato. Non era una scuola sonnolenta né castrante, era una scuola che lasciava lo spazio per le idee, anche per quelle non omologate. Ricordo l’avventura di “Cactus”, il nostro giornaletto scolastico non ufficiale: era non solo tollerato, ma inteso come sano esercizio di libertà. Una sola volta ci fu uno scontro con la direzione, ma fu per alcuni articoli pubblicati durante la Guerra del Golfo: era giusto che su temi così importanti ci fosse confronto anche duro. Allora mi infuriai, ora penso che quel conflitto tra “giornalisti” in erba ed “editore” mi abbia insegnato molto.

 2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo… Ai tempi del tuo liceo, ancorché  non venissero dichiarati, credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

Lo ammetto: non ho grande dimestichezza con i “concetti ignaziani”. Ma se si intende la valorizzazione dei talenti di ognuno, assolutamente sì: non ho mai avuto la sensazione di esser condotto da qualche parte; ho sempre avuto quella che mi si insegnasse a guidare.

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti è servita all’università prima e nella professione poi?

Ricordo buoni insegnanti – in italiano, matematica, arte e filosofia, soprattutto – e buone strutture, dalla palestra al aboratorio d’inglese. Mi hanno dato un po’ di metodo – indispensabile, vista la mia tendenza al disordine e alla divagazione – e certamente mi hanno messo su una buona strada. Soprattutto sono stati anni in cui ho imparato che si possono inseguire le passioni e trasformarle in un mestiere.

4. Qual e’ l’aneddoto del liceo che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?
Ah, qui non ho dubbi. Pizza di fine liceo, dopo la maturità, ma prima della pubblicazione dei voti. Quindi: l’esperienza al Sociale è conclusa, e siamo tutti allegri, perché nessuno sa ancora di che morte morirà. A cena con noi viene anche il rispettatissimo e temutissimo preside. Io a fine pasto, quando ormai siamo fuori e davvero alla fine di un ciclo della vita, gli dico: “preside, mi permette di fare una cosa che non avrei potuto fare prima?”, e lui “Certo”. Così lo mando, scherzando, a quel paese. C’è un istante di silenzio, in cui non capisco come reagirà. Poi, d’un tratto, si mette a ridere e mi dà un pugno in pancia (scherzoso anch’esso; più o meno). Mi piacque: stette allo scherzo, non si tirò indietro. E amo l’idea di aver finito il liceo con un pugno in pancia.

 

freccia_rossa LEGGI GLI ALTRI INTERVENTI

Bacheca Download