Stefano Cavallito

10 Marzo 2016

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stefano cavallitoCapitale Sociale #6-2016 – Stefano Cavallito, maturità scientifica 1991, è avvocato del lavoro. Fuori dal tribunale viaggia e mangia, poi ne scrive su Repubblica, l’Espresso e sulle Guida dei Cento di cui è curatore insieme a Luca Iaccarino e Alessandro Lamacchia. E’ sposato con Anna ed è padre di Alberto e Viola.

 

1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al Sociale che più ti ha aiutato a diventare  la persona che sei oggi?

Sono stato al Sociale tredici anni, quindi direi che una parte di me deriva certamente da quella formazione. Da quel mucchio indefinito non prendo la religione, che è rimasta tra i banchi di scuola e la Messa d’inizio anno, ma la grande lezione sulla libertà di pensiero, sì. Insomma, uno va a scuola “dai preti” e si aspetta che su certi argomenti, almeno su alcuni, ci siano chiusure, frontiere non accessibili, dogmi. Invece no, le mie polemiche da adolescente e i miei dubbi da ateo hanno sempre trovato momenti di confronto, di discussione e libertà di espressione. Persino inaspettate vicinanze.

 2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo… Ai tuoi tempi, ancorché  non venissero dichiarati, credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

In effetti non erano concetti esplicitati e così, per rispondere alla domanda, mi è toccato un ripasso veloce. Troppo veloce e approssimativo per una risposta compiuta ma so che la maggiore parte dei miei insegnanti ha sempre interloquito con me come bambino, ragazzo, quasi uomo. Mai come individuo indefinito di un gruppo. Questa credo sia una attitudine dei bravi insegnanti. Quanto al magis, sembra quasi un concetto desueto in tempi che invece fingono di ricercare il massimo. Non manderò mai i miei figli nella scuola che insegna a essere i migliori, che forma le eccellenze del domani, ma in quella che spinge a fare del proprio meglio. Di più. Per me, poi, che sono pigramente uomo del q.b. (quanto basta) sarebbe un risultato eccezionale.

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti è servita all’università prima e nella professione poi?

Più di tutto, le parole. La Maestra Guttilla mi ha insegnato a non sbagliarne l’ortografia, la professoressa Bianco a trattarle con cura.

4. Qual e’ l’aneddoto del periodo trascorso al Sociale che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?
Gli aneddoti degli anni della scuola fanno ridere solo chi li ha vissuti. Normalmente gli altri sorridono per educazione. Ma ho in mente il primo giorno di scuola, l’ultimo e tanti nel mezzo, le ricreazioni saltate, quindici errori nel dettato, l’inchiostro sulle dita. Le note, le sospensioni, la gita finita male, il campo di calcio, il panino di Rocco, il pallone di Vaccino, il doposcuola di Granzino. Poi il giornale, cactus, la guerra del golfo, un pugno sul naso, un bacio in giardino.

 

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