Miguel Scordamaglia

23 Marzo 2016

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2016_08_scordamagliaCapitale Sociale #8-2016 – Miguel Scordamaglia, nato a Buenos Aires, maturità scientifica 1985, è Dottore commercialista e mindmapper, è stato docente all’UNISG di Pollenzo. Da bambino è stato giocatore di rugby e attualmente vive tra Torino, Buenos Aires e Capo Vaticano, condividendo la sua vita con Cristiana, sua compagna di classe al liceo, e suo figlio Lorenzo.

1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al Sociale che più ti ha aiutato a diventare  la persona che sei oggi?

La ricerca di un senso di giustizia “sociale” al di là delle convenienze e dei compromessi. Un concetto che si concretizza nella indispensabilità dell’essenza e della consapevolezza come elementi cardini della crescita e della realizzazione personale.
Il Sociale mi ha accolto al di là del bene e del male.
L’opportunità di fare i servizi sociali con Padre Testa – missionario della Consolata incarcerato in Argentina per più di 4 anni, vissuto anche in Nicaragua – mi ha aperto gli occhi verso un mondo ed una dimensione che, pur non capendola allora, si è rivelata come un filo rosso che ha legato il percorso della mia vita, fino ad oggi.
Una scoperta che mi ha sostenuto nei momenti di difficoltà personale e familiare, consentendomi di vivere in pienezza i momenti di felicità e buona sorte.
Essere andato al Sociale ha potenziato la mia naturale inclinazione alla curiosità e ha fatto emergere il desiderio di volere andare “oltre”, sviluppando in me la capacità di non fermarmi in superficie e di non prendere per buona la prima e più scontata risposta.
L’abitudine ad analizzare, sviscerare, ponderare – in termini ignaziani “fare discernimento”- mi ha aiutato a prendere le decisioni che erano giuste per me in un determinato momento, decisioni che hanno sempre cercato di integrare il concetto ignaziano di universalità e urgenza. Oggi sarebbe di moda dire “social impact”.
In fondo, penso che siano le buone decisioni quelle che ci avvicinano a chi vogliamo essere e ci portano nella direzione di vivere in pienezza la nostra vita.

 2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo… Ai tuoi tempi, ancorché  non venissero dichiarati, credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti è servita all’università prima e nella professione poi?

Rispondo congiuntamente alle domande 2 e 3.
Ho compreso il significato dei concetti “magis” e “cura personalis”, per contrasto, anni dopo.
La messa a fuoco è avvenuta frequentando ambienti diversi: università, associazioni di volontariato, il traumatico servizio militare e tre anni di assidui viaggi a Roma, dove viveva la mia fidanzata di allora.
Provenivo dalla dittatura argentina, dove lo spirito critico non era considerato un valore dal regime. Contemporaneamente ero nato e cresciuto in un paese sudamericano con forti e variegate radici europee, caratterizzato da una cultura del calore umano “a prescindere”, quindi molto lontana dalla cortese “relazionalità” torinese.
Il Liceo, per me che ero di madrelingua castigliana e con vissuto argentino, era una sfida che spesso ho avuto la sensazione mi superasse. Non disponevo però, a quell’epoca, di solidi strumenti critici per valutarne il peso, pertanto era una sfida che subivo passivamente galleggiando al meglio, senza essere in grado di prendere una posizione rispetto al contesto proposto.
Il “magis”, questo sconosciuto, si concretizzava nella richiesta esigente da parte di padri e professori che pretendevano che non mi fermassi al primo livello del gioco, ma raggiungessi, ad ogni costo, i livelli superiori.
Ricordo, in special modo, la professoressa Bianco che, per l’intero triennio, non mi ha mai dato una sufficienza di italiano scritto: fatto che, per me, studente modello della scuola “La Salle” prima, e della scuola dell’ambasciata italiana “Cristoforo Colombo” poi, era del tutto incomprensibile. Per di più in un contesto torinese che, inconsciamente, percepivo come ostile.
Su questi binari, con una migliore percezione, ho vissuto il concetto di “cura personalis”, una dimensione formativa di attenzione alla crescita personale e relazionale degli allievi.
Questa dimensione l’ho sperimentata attraverso il coinvolgimento nelle attività di formazione religiosa, servizi sociali obbligatori, partecipazione alla messa settimanale facoltativa, viaggi di Taizè di capodanno. In particolare la vita delle CVX, con i ritiri spirituali ignaziani e i convegni giovanili in giro per l’Italia, mi ha lasciato ricordi molto intensi.
Tutto ciò ha contribuito fortemente, e a mia insaputa, alla strutturazione della complessa e curiosa personalità con cui convivo da quasi 50 anni, a volte felicemente, altre volte meno.
Questa articolata e radicale impostazione si è rivelata, paradossalmente o no, molto utile all’università, dove ho potuto, per gradi successivi, finalmente sbocciare, laureandomi a pieni voti in Economia e Commercio e, successivamente, nella professione e nella vita, dove ho sempre cercato di rispettare il principio di Pareto (legge 80/20).
Credo, riuscendoci discretamente.
I concetti interiorizzati al liceo di “magis” e “cura personalis”, complici le mie impegnative e tragiche vicende familiari, mi hanno anche aiutato a scoprire presto quali fossero, per me, le vere priorità da ricercare nella vita:
• collocare nella giusta prospettiva il bisogno di affermazione personale
• puntare sulla qualità della vita e su vivificanti relazioni di amicizia e di amore
• offrire un contributo, come volontario, a progetti per me meritevoli
• fare della formazione permanente, sia come docente che come discente, un elemento portante della crescita
• porre il rapporto con Dio al centro del percorso personale, professionale, sociale e affettivo.

4. Qual e’ l’aneddoto del periodo trascorso al Sociale che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?
Il primo giorno in cui sono arrivato in classe.
Era una fredda mattina di dicembre e avevo finito da un mese il primo anno di Liceo a Buenos Aires.
Mi toccava affrontare due inverni di fila e la seconda superiore avendo avuto pochissime vacanze. Tutto ciò era contro la mia religione di adolescente.
Entravo ad anno iniziato e non sapevo quale sarebbe stata l’accoglienza.
Sapere, però, in anteprima che non ci sarebbe stata l’uniforme e che le classi erano miste (e quindi con le ragazze!!!) erano state per me due splendide notizie: arrivavo dal “La Salle” di Buenos Aires e pensavo di dovere finire all’analogo torinese “San Giuseppe” dove erano tutti maschi e avevano l’uniforme.
L’arrivo al Sociale, quindi, fu un’esperienza indimenticabile, i miei compagni mi accolsero molto calorosamente, come se fossi stato un dono del cielo. Io, però, non immaginavo lontanamente il perché. Lo scoprii nei giorni successivi.
Da poco l’Argentina aveva vinto i mondiali di calcio, Maradona era il calciatore forse più famoso del mondo, per cui provenendo dallo stesso paese, tutti i miei compagni pensavano che fossi un fuoriclasse del calcio e che, insieme, avremmo vinto tutte le partite contro le altre classi, grazie al mio insuperabile contributo.
In realtà, per loro fu durissimo scoprire che… io da bambino avevo giocato a rugby!

 

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