Gianfranco Bonada

31 Marzo 2016

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2016_09_BONADACapitale Sociale #9-2016 – Gianfranco Bonada, maturità classica 1950, si è laureato in ingegneria chimica al Politecnico di Torino. Ha lavorato all’Edison Direzione Costruzione Impianti Chimici di Milano e, dal 1960, alla Ceat. L’anno successivo è stato inviato presso la consociata indiana CEAT TYRES OF INDIA di Bombay quale direttore generale tecnico. Rientrato a Torino con la carica di direttore SERVIZI TECNICI è stato successivamente promosso direttore generale tecnico con la responsabilità dei tre stabilimenti italiani: Torino, Settimo Torinese ed Anagni. Dal 1984 fino alla pensione (nel 1996) è stato alla BORINI COSTRUZIONI con la carica di direttore generale.

1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al Sociale che più ti ha aiutato a diventare  la persona che sei oggi?

La disciplina e il senso di responsabilità che i Padri Gesuiti hanno saputo dare a tutti i loro allievi.

 2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo… Ai tuoi tempi, ancorché  non venissero dichiarati, credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

Ai miei tempi il concetto fondamentale esplicitato era il far parte di un gruppo unico, quasi come fossimo una unità militare.

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti è servita all’università prima e nella professione poi?

Serietà e qualità dell’istruzione;ai miei tempi al Sociale c’era solo il liceo classico maschile eppure al Politecnico successivamente, dopo un primo periodo in cui noi provenienti dal Sociale siamo stati svantaggiati rispetto a chi proveniva dal liceo scientifico, siamo poi stati fra i migliori nei risultati e nel conseguimento della laurea perchè eravamo stati formati a ragionare su qualsiasi problema.

4. Qual e’ l’aneddoto del periodo trascorso al Sociale che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?
Non ho particolari aneddoti che io possa ricordare del liceo; però mi ricordo che nei primi anni della mia carriera, inviato negli Stati Uniti per collaborare con una società di engineering americana, mi sono sentito dire che erano favorevolmente impressionati di come noi ingegneri italiani fossimo capaci di discutere di qualsiasi ramo dell’ingegneria (pompe, scambiatori, forni, compressori, ecc…) mentre loro per ogni ramo dovevano chiamare un tecnico specializzato diverso (era il 1957, forse ora l’istruzione italiana non è più a quei livelli).

 

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