Enrico Borla

11 Aprile 2016

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2016_11_enrico borlaCapitale Sociale #11-2016 – Enrico Borla, maturità scientifica 1979, è laureato in  Medicina e Chirurgia, con specializzazione in psichiatria nel 1989. Nel 1994 ha conseguito il Dottorato di Ricerca in alcologia. Psichiatra e psicoanalista junghiano, è iscritto all’albo degli psicoterapeuti dal 1991. E’ coordinatore del CSPT (centro studi psicodinamiche Torino). Sposato da 28 anni, ha due figlie di 25 e 18 anni.

1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al Sociale che più ti ha aiutato a diventare  la persona che sei oggi?

Direi come centrale la dedizione militare che traspariva nella scelta di vita dei Padri. Credo che fondamentale sia stato l’insegnamento di quando e come parlare, ma soprattutto quando tacere e ubbidire. Lezione troppo spesso dimenticata nel mondo urlato odierno.

 2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo… Ai tuoi tempi, ancorché  non venissero dichiarati, credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

Sicuramente la spinta al di più, l’ad majorem dei gloriam, era palese nell’atmosfera dell’Istituto, dove l’idea palpabile era che lo scopo educativo fosse il forgiare un élite culturale che certamente sarebbe stata destinata a posti direttivi nel futuro. Tuttavia questo non fu mai inteso come un privilegio bensì come una funzione di servizio. Le attività sociali, CVX ad esempio, erano l’addestramento centrale sotteso alla cultura del servizio. Dirigere non era una questione di privilegi ma uno dei mille modi di rendersi utili agli altri.

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti è servita all’università prima e nella professione poi?

Per quanto riguarda l’offerta accademica del Sociale non si può prescindere dalle figure come Padre Demari, Padre Corsanego per quanto riguarda la filosofia e Il Prof. Ficara per l’italiano. Loro mi hanno dato una formazione culturale che tuttora della mia professione analitica risulta fondamento irrinunciabile. Altra figura indimenticabile fu Ovidio Bosio. Certo non lo amai come professore a quei tempi come molti altri credo, con il senno del poi devo ammettere che il suo insegnamento severo sul metodo, la pulizia del tratto e la cura nel fare sono entrati a far parte del mio bagaglio di strumenti quotidiani. Bosio mi insegnò a stringere i denti e a comprendere che nella forma si cela la sostanza.
Se si guarda all’offerta formativa complessiva è sicuramente la visione aperta, relativistica, he pone al centro il singolo senza una velleità fondamentalista prevaricante. Credo che tutta l’azione culturale come psicoanlista che ha perseguito il dialogo fra le diverse scuole analitiche parta da quell’insegnamento ricevuto dallo spirito gesuitico

4. Qual e’ l’aneddoto del periodo trascorso al Sociale che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?
Premetto che gli aneddoti come sempre con l’età si moltiplicano, soprattutto ricordando gli amici e le ragazze incontrate, ma credo che quello che rende meglio l’idea riguarda il mio rapporto con Padre Guerello. Credo nell’inverno del 1978, organizzammo una specie di “sciopero” agitazione contro la chiusura dell’accesso alla biblioteca della scuola. In quei tempi di accesa ribellione partecipai con intensità e credendoci fermamente (sic!). Ricordo che come un tribuno della plebe, infervorato salii su una panca dell’atrio superiore arringando il popolo tumultuoso ad interrompere l’azione di oscurantismo “borbonico” che il preside applicava sulle nostre “povere” vite. Invece della meritata sospensione che forse avrei dovuto subire il giorno seguente Padre Guerello mi fermò nel corridoio e con la sua voce stentorea mi apostrofò: “Borla lei che disegna bene, può dipingere lo stemma borbonico davanti alla porta della presidenza?” Devo dire che apprezzai molto l’umorismo e la capacità di gestione della disciplina e del rispetto attraverso il motto di spirito senza necessariamente ricorrere alla forza per sottomettere la contestazione. E credo di averne fato buon uso.

 

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