Stefano Saglimbeni

17 Maggio 2016

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2016_15_saglimbeniCapitale Sociale #15-2016 – Stefano Saglimbeni, maturità scientifica 2000, dopo tredici anni al Sociale. Ha studiato Giurisprudenza, laureandosi nel luglio del 2005. Ora esercita la professione di avvocato ed è associato presso lo studio Pacchiodo & Associati, in Torino.

1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al Sociale che più ti ha aiutato a diventare  la persona che sei oggi?

Nell’esperienza al Sociale ho sempre sentito accostare l’ideale di “eccellenza accademica” a quella di “eccellenza umana”, concetto parafrasato dal motto “uomini per gli altri”. Oggi, come uomo, sono davvero lontano da queste ambiziose vette, anche se continuo a credere fortemente che l’eccellenza umana si caratterizzi nell’essere a disposizione del prossimo. E’ sempre difficile passare dalle parole ai fatti, nonostante gli intenti.

 2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo… Ai tuoi tempi, ancorché  non venissero dichiarati, credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

Il concetto di “magis” è stato una costante negli anni al Sociale; non si trattava di espresse dichiarazioni di intenti, in effetti, ma di obiettivi educativi vissuti attraverso una rigorosa disciplina. Oggi, si crede che il rigore educativo sia superato; ritengo, al contrario, che, sopratutto nel periodo della adolescenza, l’applicazione di regole giovi alla persona a prescindere dalle legittime scelte future, anche ed eventualmente di segno opposto ai “valori” dell’educazione ricevuta.
La “cura personalis” è un concetto difficile da applicare in un contesto educativo quale quello scolastico e, in questo senso, molto dipendeva dalla sensibilità del singolo educatore. Direi comunque che, in prevalenza, i docenti hanno evidenziato un certo impegno alla cura della singola persona, pure nella difficoltà di contemperare tale premura formativa alle esigenze accademiche.

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti è servita all’università prima e nella professione poi?

Al di là dell’offerta scolastica, comunque di ottimo livello, è risultata utile la pretesa costante di elevati livelli di apprendimento ed il rigore nel rispetto delle tempistiche e delle scadenze, aspetti che hanno contribuito a responsabilizzarci sotto il profilo del senso del dovere. L’abitudine al rigore ci ha inevitabilmente favoriti nell’affrontare i carichi di lavoro universitari.

4. Qual e’ l’aneddoto del periodo trascorso al Sociale che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?
A parte le eroiche finali del torneo di calcio, con le “autorità di istituto” in “tribuna d’onore” – rettore, preside, docenti-, ricordo il primo giorno di servizi sociali alla comunità Madian di via dei Mercanti quando ci presentarono ad una ventina di coetanei albanesi ai quali avremmo poi fatto una sorta di “doposcuola”. Inizialmente, rimanemmo un po’ intimiditi, anche temendo di non essere ben percepiti da quei coetanei meno fortunati; in breve tempo si creò invece un bellissimo rapporto umano, a tratti confidenziale. E’ stata una bella opportunità.
Ho anche un aneddoto risalente alle elementari.
In una gita di classe, padre Boschi e padre Francisetti hanno offerto a mia madre un bicchiere ricolmo “di acqua pura di montagna da bere tutto di un sorso”, dicevano … in realtà era grappa!

 

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