Lettera di un genitore della scuola Secondaria di primo grado

28 Maggio 2019

Al termine della Festa di fine anno un genitore di uno studente di terza media ha scritto questa lettera alla Scuola…

 

A distanza di tre anni, ci troviamo a festeggiare il percorso compiuto dai nostri ragazzi e il traguardo ormai raggiunto. Oggi è soprattutto la loro festa e li vediamo, qui, di fronte a noi ormai cresciuti alla soglia dell’adolescenza. Naturalmente non sono cresciuti soli e oggi è giustamente la festa della suola e, dunque, anche quella di noi genitori.
Merita allora soffermarsi qualche istante e ricordare il ruolo che la scuola ha svolto e rappresentato per tutti, noi compresi: il Sociale è stato, ed è, innanzitutto una “comunità”, una comunità educante – questo è il punto essenziale, a mio parere – ove tutte le sue componenti, allievi, docenti e genitori sono compartecipi di un’unica e coordinata azione educativa.In particolare, ricordiamo con gratitudine che noi genitori abbiamo avuto l’opportunità, per nulla scontata in realtà scolastiche diverse, di essere presenti nella scuola con le nostre esperienze, competenze e singolarità, così da realizzare un confronto tra famiglia e scuola allo scopo di condividere le istanze educative.
Ma ciò che oggi mi pare importante sottolineare è che sono stati proprio i nostri ragazzi i soggetti, o forse meglio le persone, posti in questi anni al centro dell’azione educativa, costantemente stimolati a sviluppare, in modo continuato e progressivo, le loro potenzialità così da divenire protagonisti consapevoli della propria crescita.
Non vorrei che tutto ciò sembrasse troppo astratto.
Se devo pensare cosa è stata l’esperienza di questi tre anni, mi viene in mente l’idea della scuola come “casa” comune – e lo dico per plurime testimonianze dirette, non solo sulla base di una percezione personale -, una casa ampia e confortevole che i nostri ragazzi hanno potuto pienamente abitare, vivendo e condividendo al suo interno studio, momenti formativi ricchi e vari, attività sportive, pratiche quotidiane. In una parola, un significativo tempo di crescita comune che ha cementato amicizie ormai pluriennali destinate – ne sono certo – a durare nel tempo.
Queste poche parole, però, debbono essere le più corali possibili, dando spazio ed evidenza ai pensieri e alle esperienze che altri genitori mi hanno ricordato.
Preziosa è la riflessione di come la scuola abbia rappresentato – e lo aveva già efficacemente sintetizzato la professoressa Vigna tre anni orsono, in occasione del precedente momento di passaggio – un porto sicuro, dal quale poter partire per le varie esperienze, ma anche al quale poter ritornare per ritemprare le forze e rafforzare le sicurezze.
Altrettanto bello e significativo è il richiamo al magistero socratico, la maieutica in senso proprio, vale dire la capacità di far nascere – poiché era, letteralmente, la capacità dell’ostetrica di aiutare a venire alla vita – in ciascuno l’amore per il sapere, accendendo nei ragazzi il desiderio per di crescere nella conoscenza e nella consapevolezza.
E ancora, soffermiamoci su un pensiero di Massimo Recalcati, autore e psicanalista che tutti conosciamo, (tratto da: L’ora di lezione, Per un’erotica dell’insegnamento, Torino Einaudi, 2014), che così recita: “La scuola è il luogo dell’incontro che trasporta, muove, anima, risveglia il desiderio di conoscenza”.
Ringraziamo ora di cuore tutti coloro che hanno promosso, a vario titolo e secondo il rispettivo ruolo, l’educazione di nei nostri ragazzi: la professoressa Bianco, nostra direttrice; la professoressa Vigna, nostra preside, tutti i docenti, anche del doposcuola, senza dimenticare il personale non docente spesso tramite partecipe e indispensabile tra la scuola e ciascuno di noi.
Un pensiero grato deve essere rivolto ai padri gesuiti tutti, che con la loro fattiva presenza, hanno reso possibile a tutti l’esperienza del Sociale. L’attuale dirigenza, nella persona di padre Alberto Remondini; il nostro storico “padre rettore” Vitangelo Denora”, cui è dovuto un ringraziamento speciale: senza di lui il Sociale non sarebbe quello che è. E tutti gli altri padri (penso a padre Piero Granzino, senza per questo omettere nessuno) che hanno assistito i nostri ragazzi.
Consentitemi, ora un auspicio, un augurio e un’esortazione diretta a tutti i nostri ragazzi. Si tratta di un monito che ci giunge dalla storia della filosofia. Da un uomo che ha saputo rivoluzionare il modo di pensare: Immanuel Kant. Ne avrete sentito parlare dai vostri docenti.
Il monito è questo: “Sàpere aude”, “Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!”. E desidero commentarlo con le parole di un celebre filosofo torinese, Sergio Givone: “abbi il coraggio di sapere: è questo secondo Kant il motto dell’illuminismo, ma anche di chiunque ami la conoscenza e dunque la lettura. Perché sapere non significa possedere o acquisire un patrimonio di nozioni, ma esige curiosità, slancio, azzardo, in una parola coraggio. Non c’è sapere che non metta in gioco colui che si appresta a vivere la sua piccola o grande avventura intellettuale e dunque non c’è sapere che non comporti rischio, anche il rischio di smarrirsi e di perdersi. Ma solo chi è disposto a correre questo rischio potrà trovare se stesso. Coraggio, dunque.”.

Bacheca Download