Oltre il metro

18 Luglio 2020

Guardate la foto qua in alto. Ci siamo e, soprattutto, ci stiamo. Ora che anche il metro dipende, in ogni caso, per la ripartenza, ci stiamo.  E non è poco.

Tutto risolto? Non so. Se guardi quella foto e sei un insegnante, non ti senti del tutto rassicurato. In quella foto c’è una domanda difficile, che teniamo a distanza: come si torna a scuola?

Si prendono le misure, si promuovono i banchini e le vie di fuga. Ma come riparte la scuola dopo il coronavirus? Chi lo traccia il percorso? Dove si va?

Bisognerà correre per recuperare una valigia di contenuti  “essenziali” – perché non puoi spiegare questo se non hai fatto quello e quell’altro – o si potrà ragionare su una scuola diversa, alleggerendo lei di una marea di pagine e noi insegnanti di pesanti sensi di colpa?

Persino la Maturità, che non di rado ci è servita da giustificativo, sta cambiando e sta mettendo  in luce l’angustia di chi ha coltivato la memorizzazione più che il ragionamento, lo schema più che la flessibilità,  l’appunto più che la faticosa originalità.

Che non vuol dire alleggerire la scuola o svuotarla di significato, anzi semmai va riempita di significati e vanno aiutati i ragazzi a ricercarli, perché se non avessimo più introduzioni, apparati di note, parafrasi e corredi vari di lettura, nemmeno più una novella di Boccaccio saremmo in grado di decifrare. Il ruolo dell’insegnante in questo è essenziale. La sua presenza fisica è fondamentale.

Ho da poco concluso la lettura di un libretto interessante, pubblicato il 10 giugno. Si intitola “La scuola dopo il coronavirus”. Lo ha scritto il prof. Raffaele Mantegazza, che insegna Scienze Pedagogiche alla Bicocca di Milano. A pagina 29 leggo: “A scuola si impara solo per e con gli altri”. Mi stropiccio gli occhi, rileggo, è proprio scritto così. A chi come noi proviene dalle scuole e dalla sapienza dei Gesuiti questa affermazione  dice tutto: l’obiettivo delle nostre scuole infatti è “formare uomini e donne per e con gli altri”. Lo aveva scritto padre Arrupe, nel 1973.

Un altro gesuita, padre Kolvenbach, sosteneva che dovremmo formare persone “competenti e buone. Competenti perché se l’uomo non è istruito non potrà aiutare efficacemente  il prossimo , se non è buono non lo aiuterà”.

Possiamo forse ripartire da qui per capire dove dirigerci, cercando di ragionare sulle competenze da sviluppare nel 2020, sui bisogni formativi delle nuove generazioni,  sugli  strumenti necessari ai ragazzi per muoversi nel mondo con cuore e intelligenza messi a servizio degli altri?

Spero di conoscere presto la comunità del Sociale e di condividere questi ed altri spunti di riflessione con tutti. E’ il patrimonio umano che fa grande una scuola e il Sociale è una grande scuola, che guarda in alto.

E come si potrebbe altrimenti scorgere l’orizzonte, se ci fermassimo al metro?

Prof. Vincenzo Sibillo

 

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