Una grande opportunità

2 Gennaio 2021

Fino a qualche anno fa l’internazionalità nelle nostre scuole dei Gesuiti era un progetto: uno scambio, un gemellaggio, un convegno a tema. Era un settore. Un’esperienza dell’anno per qualche studente liceale. Non poco comunque e soprattutto una bella intuizione, trent’anni fa e oltre.

La grande rete mondiale delle scuole dei Gesuiti però (la mappa è visibile sulla home page del nostro sito e anche su educatemagis.org), un patrimonio inestimabile per quello che può offrire ai giovani, era per lo più inattiva in quanto rete, congelata, almeno dal nostro punto di osservazione.

Soffermandoci un istante: anche in questo la Compagnia aveva mostrato la sua lungimiranza. Col tempo aveva creato una rete globale di scuole (investire sull’istruzione… incredibile!) quando ancora il concetto di globalità non esisteva. Eppure… “Per gran parte della sua storia, l’educazione dei Gesuiti è stata multinazionale” (da Jesuit Schools: a Living Tradition in the 21ST Century – An Ongoing Exercise of Discernment, n. 180).

Un investimento planetario sull’educazione codificato da un’impronta e da uno stile che oggi stiamo riscoprendo a fondo e valorizzando, riconoscendone tutta la sostanza.

Ora l’internazionalità si è trasformata in un concetto più ampio, che è stato assorbito da quello della cittadinanza globale. Un’espressione ambiziosa, un traguardo più che una constatazione.

“Ciò dovrebbe condurre ad una pedagogia e ad una programmazione didattica volte a preparare gli studenti a comprendere e rispettare le culture del mondo, rispettare e valorizzare la diversità, essere aperti alle esperienze provenienti da Paesi, tradizioni e culture diverse dalle proprie, e avere una prospettiva globale sulle ingiustizie sociali.” (Op. cit. n. 183)

Abbiamo forse compreso che a scuola bisogna cominciare presto a dare uno sguardo meno locale a quello che succede intorno noi. Per farlo però bisogna attrezzarsi, studiando i codici che ci permettono di capire e di interagire: le lingue innanzitutto, di cui nel nostro Paese occorre ancora maggiore padronanza (un segnale: in tanti CV di ventenni aspiranti docenti di materie non linguistiche, il livello indicato dagli stessi di conoscenza della lingua inglese è ancora A1/A2).

Poi sarebbe opportuno studiare il linguaggio complesso della programmazione e quello non meno semplice della comunicazione, di cui siamo per lo più digiuni. Ma senza trascurare  la storia, l’economia, la geografia, l’arte, la filosofia e la poesia, le scienze e le religioni, perché abbiamo ancora bisogno di conoscenze e di molti significati, oltre che di strumenti. Dobbiamo imparare l’inglese a livello C1 e poi dobbiamo dire qualcosa di senso, possibilmente sempre di livello C1, in Inglese.

Prima di salire sull’aereo sarebbe bene che conoscessimo più a fondo il nostro territorio, con la sua storia, le sue necessità, i suoi strati multiculturali. Che avessimo imparato, anche grazie alla scuola, l’importanza di donare un po’ del nostro tempo e delle nostre attenzioni a chi ne ha bisogno.

Con questa attrezzatura culturale ed umana dovremmo essere sufficientemente pronti ad immergerci nel mondo, anche da casa nostra, perché in realtà lo abbiamo già fatto. E potremo svolgere un ruolo attivo, per promuovere progresso e giustizia, ricordando quello che di più importante ci avevano insegnato alla scuola dei Gesuiti, che non si diventa cittadini globali da individualisti, pensando a riempire soltanto il proprio carrello.

Dopo di che, tornando a noi, passato il Covid, farei un appello: apriamo questa rete mondiale di scuole della Compagnia, nel nord e nel sud del mondo, e facciamo viaggiare studenti e docenti, come abbiamo iniziato a fare. L’obiettivo non è allestire cataloghi di viaggio, che competono ad altre organizzazioni, ma creare percorsi di studio ed esperienze formative “ignaziani” per permanenze lunghe, da qualche mese ad un anno. Andiamo in Spagna, negli USA e in India e anche ospitiamo nelle nostre scuole, nelle foresterie e in famiglia. In parallelo una lezione di storia via web dalla Jesuit School di Dallas o dal Sociale di Torino non dovrebbe essere un’impresa.  

Certo, per far muovere studenti e docenti avremmo bisogno di un admission office efficiente, come le scuole americane, di persone che ci lavorano a tempo pieno, di un sito in inglese, di investimenti, per offrire l’opportunità a tutti. Di un curriculum e di un’organizzazione flessibili. Di una mentalità più aperta, soprattutto, anche nei prestigiosi college d’oltreoceano.

La svolta vera si potrà avere se questo avverrà come sistema e non perché lo chiede uno qualunque da una delle oltre 800 scuole dei Gesuiti. Il quale, peraltro, non starà ad aspettare.

 

Prof. Vincenzo Sibillo

 

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