La vita inattesa

24 Gennaio 2022

La pandemia ci ha colpiti duramente tutti, non solo nel fisico, e in particolare ha toccato le vite dei nostri giovani.

Il 15 febbraio alle ore 21 avremo ospite il prof. Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, autore di un saggio illuminante, L’età tradita (Raffaello Cortina Editore. 2021). Si parlerà degli adolescenti, dei loro bisogni e del ruolo degli adulti in un incontro di rete in collaborazione con l’Istituto Leone XIII di Milano. Riceverete nei prossimi giorni tutte le informazioni per seguire l’iniziativa.

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Su questo tema pubblichiamo una suggestiva riflessione del nostro prof. Enrico Serra, educatore attento e sensibile alla formazione dei giovani:

“Non sono certo nato con un cuor di leone. Perdonatemi l’inizio (quasi) manzoniano da vecchio insegnante di lettere, ma il tema della paura è ormai diventato la nostra quotidianità e ha preso il posto della speranza. Paura dell’altro, dell’incontro, del contagio, del futuro.

La scuola, di per sé, non è esente da quanto ci circonda, come abbiamo imparato a comprendere in questi due anni, tanto meno dal sentimento di diffidenza verso l’altro. Padre Antonio Spadaro SJ, direttore di Civiltà Cattolica, già a inizio pandemia, segnalava che il Coronavirus è sintomo di una generale condizione di paura che ci portiamo dentro e che la principale conseguenza di questo contagio da virus della paura è l’anima arida, la desolazione.

Come attivare gli anticorpi contro questa particolare forma di virus, come superare ansia e diffidenza?

Un’idea me l’ha data Davide, in mensa, il primo giorno di scuola dopo la pausa natalizia.

Talvolta noi insegnanti andiamo a mangiare in mensa, è un buon momento per vivere un po’ l’aspetto informale della scuola e osservare gli studenti fuori dai soliti schemi della classe. Arrivo, perso nei miei pensieri da ripresa di gennaio, e vedo da lontano i miei alunni in fila che aspettano il proprio turno per entrare nel refettorio. Il clima è composto ma allegro.

Appena mi affaccio dal lungo corridoio che porta ai tavoli, una ventata di euforia mi invade, la fila di una delle mie classi ondeggia pericolosamente finché mi trovo di fronte Davide, mano protesa in avanti pronta per salutarmi. Il gesto di darsi la mano non è una novità tra i miei studenti, anzi è uno di quei gesti che ho sempre incentivato e che mi fa sorridere perché rappresenta bene la loro età, divisa tra la necessità di rendere comico, goffo, esagerato ciò che di solito fanno i grandi e la voglia di ripetere le stesse abitudini degli adulti per stabilire nuove relazioni e per sentirsi appunto nel mondo dei grandi.

Un piccolo gesto che negli ultimi due anni abbiamo disimparato, ma che rappresenta un mondo di cui non possiamo fare a meno: quello delle relazioni e dell’incontro.

“Buon anno, professore, non ci siamo ancora visti dopo le vacanze”, aggiunge un compagno, fedele scudiero di Davide. Un attimo dopo tutta la fila è nuovamente in agitazione, vogliono sapere come sto, come ho passato le vacanze, che cosa mangerò oggi, finché qualcuno fa una battuta, una di quelle che fanno ridere solo se hai quattordici anni o se, all’improvviso, ti ricordi com’eri a quattordici anni. E tutti ridono.

Attraverso le loro mascherine, le distanze, le difficoltà. Semplicemente ridono. La vita in attesa che passi la tempesta diventa in quell’istante la vita inattesa che fa scoprire che c’è vita anche nella tempesta.

Così, ascoltando le voci dei nostri ragazzi, la paura si trasforma in speranza, speranza che sarà un “buon anno”, perché come diceva il poeta e politico ceco Vaclav Havel: “La speranza non è la stessa cosa dell’ottimismo: non si tratta della convinzione che una certa cosa andrà a finire bene, ma della certezza che quella cosa ha un senso, indipendentemente da come andrà a finire”.

L’esperienza che stiamo vivendo non è tutta da dimenticare (anche se lo vorremmo) ma può insegnarci a cogliere l’essenziale nelle nostre vite, quello a cui proprio non riusciamo a rinunciare, e questo insegnamento sarà più significativo se sapremo guardare con occhi diversi: non serve solo volgere lo sguardo indietro e non è necessario neanche guardare troppo avanti, ma serve guardare nel profondo e tornare a riconoscere che abbiamo bisogno di sentirci una comunità.

Lo abbiamo dato per scontato per troppo tempo, quasi fosse garantito, iniziando a pensare addirittura che potessimo farne a meno, che non ci riguardasse. In fondo funzionavamo bene anche da soli, poi è arrivata la bufera e abbiamo capito che, se il futuro dei nostri ragazzi sarà un bel luogo dove abitare, dipenderà esclusivamente da come torneremo a relazionarci tra di noi, a sentirci un gruppo, ad avere fiducia negli altri“.

Prof. Enrico Serra
Scuola Secondaria di I Grado

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