Le sorprese della vita

28 Aprile 2022

Non avrei mai immaginato di finire ad insegnare religione in una scuola.

Da giovane avevo studiato economia e nel mio cammino di formazione di gesuita pensavo che mi sarei dedicato a tutt’altro.

E invece no. “Ti mandiamo a Torino, al Sociale”. Così i miei superiori.

Cosa potevo aspettarmi dopo l’esperienza scolastica vissuta tante primavere fa nel Liceo della mia città, giù in Puglia?

Per chi non mi conoscesse, mi chiamo Nicola, sono un Gesuita in formazione, in cammino per diventare sacerdote nella Compagnia di Gesù.

Mi trovo nella tappa chiamata “magistero”, in cui si sospendono gli studi per un tempo di lavoro e servizio in un’opera della Compagnia, inserendosi in una comunità apostolica di padri Gesuiti, distante dalle case di formazione.

All’inizio mi sembrava strano sentirmi chiamare professore dagli alunni e dai colleghi. Mi sono accorto che qualcosa fosse cambiato la prima volta che mi sono osservato ed ero seduto dall’altra parte della cattedra! Come era potuto accadere?

Per di più non sono un ex-alunno. I Gesuiti li ho conosciuti quando ero già grande, ai tempi dell’università. La scuola l’ho frequentata da studenti come tutti.

Gli alunni al Kairòs

Ai tempi del noviziato avevo fatto una breve esperienza nel tempo di quaresima del secondo anno presso l’istituto Leone XIII di Milano, ma nulla di più. Non sapevo cosa mi aspettasse veramente.

Non ero a conoscenza di quanta diversità e bellezza si celasse in questo tempo!

Ascolto come tutor di alcune classi molti studenti dei Licei. Il rimando della loro esperienza nel nostro Istituto è incentrato principalmente sull’attenzione alla loro persona, alla valorizzazione del loro cammino e dei doni di cui sono custodi.

Già di per sé, riflettevo, avere dei colloqui personali con un tutor è una peculiarità delle nostre scuole. Ma quest’attenzione non è semplicemente legata ad un singolo momento o attività, a ben vedere. I feedback che ricevo e una conseguente riflessione portano ad una percezione che questa attenzione – cura personalis – sia codificata in uno stile educativo diffuso su più livelli e per la durata di tutto il percorso scolastico.

Evidentemente con l’esperienza si sarà intuito, penso, che questa attenzione non si limiti solo ai tempi tra i banchi di scuola.

Come far risplendere la luce che custodiamo al nostro interno, spesso soffocata, ferita, svalutata, incustodita, nella pienezza e bellezza del nostro essere?

Una prima risposta la trovo in un momento formativo fuori dalle aule, che si è svolto proprio in questi giorni a Bocca di Magra, in Liguria, insieme agli alunni del Leone XIII di Milano: il “Kairòs”.

Si tratta di un tempo di ritiro, ispirato agli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio di Loyola, e adeguato per la fascia d’età degli studenti di Quarta Liceo: va verso una dimensione educativa più ampia e integrata di sviluppo, attraverso una lettura delle nostre storie, emozioni, vite, dove non siano solo le nozioni e i contenuti ad avere la predominanza sugli altri aspetti.

Come possiamo non renderci conto che serve sempre uno spazio di riflessione interiore e di apertura all’altro, che valorizzi il nostro essere umani, fratelli e sorelle, portatori di doni immensi e di fragilità lucenti, di ferite mute che richiedono di essere ascoltate, fasciate, accudite?

La sola intelligenza non basta per essere persone di successo.Come usiamo la nostra intelligenza, i doni, i talenti che la vita senza meriti ci ha donato? Come orientarli? Da soli, i banchi di scuola possono aiutare, ma non esauriscono la domanda e la questione.

Perché la vita è dentro la scuola, ma anche al suo esterno.

Al tempo stesso la nostra vita non sono solo le cose che facciamo o i soldi che guadagniamo, ma anche quello che riusciamo a vivere in profondità, al nostro interno e nelle relazioni.

Altrimenti non saremmo più umani, o lo saremmo solo in parte, e neanche la parte migliore.

Mi piace salutarvi con una frase del filosofo Gabriel Marcel, che credo sia molto significativa per questo momento storico che ci trova in uscita da una pandemia – speriamo – e in pieno conflitto all’interno della nostra casa europea: Amare qualcuno significa dirgli: “tu non morirai”.

Che il dono di noi stessi possa essere motivo di gioia e di vita per altri, per molti.

Nicola Uva SJ
Docente di religione dei Licei

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