capitale sociale

Monica Finocchiaro

9 Giugno 2016

cap_soc_banner_615x100_white
2016_19_finocchiaroCapitale Sociale #19-2016 – Monica Finocchiaro, maturità classica 1976, si è laureata in Lingue e Lettere straniere moderne nel 1982. Diplomata al CREPS di Toulouse dove ha ripreso degli studi nel campo dello sport e conseguito il Brevet d’Etat d’éducateur sportif Métiers de la forme, lavora attualmente nel settore privato. Vive in Francia dal 1984, ha un figlio nato nel 1989.

 

1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al Sociale che più ti ha aiutato a diventare  la persona che sei oggi?

Sono arrivata al Sociale per gli ultimi due anni del liceo, in provenienza dal Cavour, che in quegli anni viveva un periodo’agitato’.
L’atmosfera serena del Sociale e la presenza e la qualità del corpo docente mi hanno permesso di consolidare le basi del mio futuro e in particolare l’insegnamento di Padre Morra ha sviluppato il gusto per la letteratura che ho tuttora e soprattutto come si dice in francese ‘le goût des autres’.

 2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo… Ai tuoi tempi, ancorché  non venissero dichiarati, credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

Già negli anni ’70 gli insegnanti del Sociale basavano il loro piano sui principi ignaziani: attenzione alla personalità dell’educando, equilibrio tra impegno scolastico e altre attività formative, attenzione ai problemi propri dell’adolescenza, senza che questo volesse dire aprioristica comprensione e conseguente… assoluzione.

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti è servita all’università prima e nella professione poi?

La qualità dell’insegnamento é sempre stata alta, il corpo docente coeso nell’applicazione dei principi educativi della Ratio Studiorum: impegno, serietà e partecipazione attiva alla formazione non solo culturale di ognuno di noi, questo ha contribuito per me al poter affrontare con una certa forma mentis gli studi universitari poi degli studi all’estero in lingua straniera e con materie scientifiche che pertanto non avevo particolarmente studiato prima.

4. Qual e’ l’aneddoto del periodo trascorso al Sociale che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?
Un aneddoto non saprei, quello che ricordo ancora oggi sono le frasi di Padre Morra, una tra tante altre pronunciata entrando in classe dal primo giorno della terza liceo: “zsvelti zsvelti, l’esame è alle porte’ e direi che nella vita è così, bisogna essere pronti e, se possibile, anticipare…

 

freccia_rossa LEGGI GLI ALTRI INTERVENTI

Alberico Barattieri

3 Giugno 2016

cap_soc_banner_615x100_white
2016_18_barattieriCapitale Sociale #18-2016 – Alberico Barattieri ha frequentato le Elementari e le Medie al Sociale, fino al 1972, proseguendo poi gli studi al liceo artistico e quindi all’Istituto Europeo di Design. Nel descrivere se stesso, ama definirsi semplicemente “viaggiatore sahariano, amante della radiofonia e designer”.

 

1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al Sociale che più ti ha aiutato a diventare  la persona che sei oggi?

Il disincanto verso tutto quanto è istituzionale o asserito come verità. Stimolato il giudizio critico e lo scetticismo.

 2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo… Ai tuoi tempi, ancorché  non venissero dichiarati, credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

Se per attenzione al singolo vuol dire non massificare i comportamenti degli allievi, l’unico che provò a farci essere più individualisti ed a competere tra noi ponendoci degli obiettivi fu il Maestro Vastapane, ma i suoi metodi non durarono a lungo. Se ben ricordo in seguito lo fecero smettere.

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti è servita all’università prima e nella professione poi?

La qualità non sono in grado di giudicarla, essendo allora un pessimo studente. Ma sono anche un autodidatta per natura: tutto quello che so e che utilizzo nel mio lavoro l’ho appreso «lavorandoci sopra» negli anni, più che a scuola o al liceo.

4. Qual e’ l’aneddoto del periodo trascorso al Sociale che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?
Forse quello che più mi rappresenta (deve esserci anche una foto sul Tra Noi dell’epoca) è stato quel giorno in cui la nostra classe decise che la squadra di calcio avrebbe avuto maglie bianconere. Da bravo granata non volevo assolutamente farmene comprare una dai miei, per cui mi adoperai a realizzare quello che oggi chiameremmo un «fratino» tagliando dei pezzi di stoffa bianca ed incollandoci sopra delle strisce nere. Scesi in campo che sembravo un profugo. Ma la «fede» era salva!

 

freccia_rossa LEGGI GLI ALTRI INTERVENTI

Marco Frola

31 Maggio 2016

cap_soc_banner_615x100_white

2016_17_frolaCapitale Sociale #17-2016 – Marco Frola, maturità scientifica 1979. Dopo la laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Torino, ha maturato circa 25 anni di esperienza presso l’area sinistri della SAI Assicurazioni (poi Fondiaria-SAI), dove è stato dirigente per circa 12 anni e responsabile di vari uffici. Da alcuni anni ha lasciato il gruppo per assumere l’incarico di Direttore Sinistri di MSA-Multiserass, società leader in Italia nell’outsourcing sinistri.

 

1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al Sociale che più ti ha aiutato a diventare  la persona che sei oggi?

I 13 anni all’Istituto Sociale hanno rappresentato per me molto di più del mero ciclo scolastico che, peraltro, mi ha permesso anche di affrontare senza particolari patemi gli anni successivi. E’ stata veramente parte sostanziale della mia vita, dall’infanzia alla giovinezza e poi ancora dopo, negli anni della CVX, all’Università ed oltre. La formazione cristiana e i valori che mi sono stati insegnati sono un patrimonio formidabile che mi ha permesso di affrontare i momenti più difficili della vita con serenità e forza.

 2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo… Ai tuoi tempi, ancorché  non venissero dichiarati, credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

Certamente anche ai miei tempi i valori e i concetti alla base della vita ignaziana ci venivano trasmessi, forse con meno parole ma più con l’esempio di vita. Si era parte di una comunità dove la presenza dei Padri era costante e quotidiana, con loro si vivevano anche i momenti di divertimento e di crescita insieme, nei soggiorni in montagna come nei ritiri spirituali.

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti è servita all’università prima e nella professione poi?

Forse solo negli anni successivi ho compreso appieno il valore profondo della qualità scolastica che ho ricevuto, pur con tutti i limiti che si incontravano, di professori più o meno validi, ma la continuità e la profondità dell’educazione ricevuta mi hanno dato sicurezza e facilità nell’affrontare gli anni successivi. La cosa si è poi riproposta per mia figlia Federica, anche lei per 13 anni al Sociale, anche lei cresciuta e maturata profondamente con l’aiuto degli educatori incontrati.

4. Qual e’ l’aneddoto del periodo trascorso al Sociale che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?
Gli episodi e gli aneddoti che si ripropongono nella mia mente sono centinaia, ne voglio citare uno qui: poiché al Sociale oltre che studiare e crescere ci siamo anche divertiti, creando amicizie e legami che, in molti casi, ancora a quasi 40 anni dalla maturità resistono, ricordo nelle giornate di neve (allora più frequenti di oggi) le battaglie a palle di neve nell’intervallo e qualche volta anche durante le ore di lezione. Ovviamente non dirò con quale professore né in quale anno scolastico.

 

freccia_rossa LEGGI GLI ALTRI INTERVENTI

Carlo Ferrero

25 Maggio 2016

cap_soc_banner_615x100_white

IMG_9466Capitale Sociale #16-2016 – Carlo Ferrero, maturità classica 2013, ha frequentato l’Istituto Sociale per 13 anni, dalla prima elementare all’ultimo anno del Liceo Classico.  Attualmente è iscritto al terzo anno di Giurisprudenza presso l’Università di Torino.

 

1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al Sociale che più ti ha aiutato a diventare  la persona che sei oggi?

Una certa differenza tra un uomo che ha frequentato e capito il Sociale e uno che non l’ha frequentato oppure non è riuscito a capirlo secondo me si denota nei momenti relazionali con le altre persone: negli anni del liceo, quando gli interessi personali, ad esempio per ottenere un bel voto, cominciano ad assumere importanza significativa, gli studenti tendono a voler raggiungere il proprio obiettivo con una noncuranza delle esigenze altrui che ha quasi i connotati di un cannibalismo competitivo.
Ecco, al Sociale tendenze di questo tipo sono sempre state sedate con il dialogo tra professori e alunni attraverso le ore di tutoria in classe e i colloqui con i singoli, rendendo i rapporti interpersonali(specialmente tra professori e alunni, che han frequentato la scuola per più anni) simili ad una fratellanza che oggi cerco sempre di infondere nei rapporti con l’esterno.

 2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo… Ai tuoi tempi, ancorché  non venissero dichiarati, credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

Assolutamente sì. A partire dalle elementari con le confessioni dai padri, passando per i colloqui di orientamento alle medie, per arrivare agli incontri di tutoria al liceo, i concetti cardine dell’insegnamento ignaziano sono sempre stati presenti ed hanno aiutato nella crescita coloro i quali hanno voluto interiorizzarli.

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti è servita all’università prima e nella professione poi?

L’offerta scolastica ricevuta dal Sociale la riconosco soprattutto a livello di metodo: nelle varie materie i professori hanno sempre cercato di adattare il proprio insegnamento alle esigenze del gruppo-classe inteso come somma dei singoli alunni, cercando di aiutarli uno per uno a comprendere i propri punti di forza da far valere nel momento dell’apprendimento e della verifica delle conoscenze. È così che anche oggi all’università utilizzo i consigli ricevuti per ottenere risultati più soddisfacenti.

4. Qual e’ l’aneddoto del periodo trascorso al Sociale che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?
Al di là degli innumerevoli aneddoti che sarebbero da raccontare per il loro lato scherzoso, mi è sempre rimasto in mente quando in quinta ginnasio ci fu portato in classe un ragazzo(non ricordo il nome) che veniva a raccontare la sua esperienza di militanza nella Legione Straniera. Al di là del fatto che credo nessuno tra me e i miei compagni avesse in mente che cosa fosse la Legione Straniera, averlo compreso attraverso una testimonianza così diretta e inaspettata(perché non ci era stato detto che qualcuno sarebbe venuto a parlarcene) e proprio tra le mura scolastiche, mi fa ancora oggi pensare a quanto ecumenica sia la rete di rapporti umani che raccoglie l’universo del Sociale e più in generale quello dei gesuiti, tale da aver fatto scegliere ad un ragazzo come quello di venire a raccontare la sua esperienza proprio nella nostra scuola.

 

freccia_rossa LEGGI GLI ALTRI INTERVENTI

Stefano Saglimbeni

17 Maggio 2016

cap_soc_banner_615x100_white
2016_15_saglimbeniCapitale Sociale #15-2016 – Stefano Saglimbeni, maturità scientifica 2000, dopo tredici anni al Sociale. Ha studiato Giurisprudenza, laureandosi nel luglio del 2005. Ora esercita la professione di avvocato ed è associato presso lo studio Pacchiodo & Associati, in Torino.

1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al Sociale che più ti ha aiutato a diventare  la persona che sei oggi?

Nell’esperienza al Sociale ho sempre sentito accostare l’ideale di “eccellenza accademica” a quella di “eccellenza umana”, concetto parafrasato dal motto “uomini per gli altri”. Oggi, come uomo, sono davvero lontano da queste ambiziose vette, anche se continuo a credere fortemente che l’eccellenza umana si caratterizzi nell’essere a disposizione del prossimo. E’ sempre difficile passare dalle parole ai fatti, nonostante gli intenti.

 2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo… Ai tuoi tempi, ancorché  non venissero dichiarati, credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

Il concetto di “magis” è stato una costante negli anni al Sociale; non si trattava di espresse dichiarazioni di intenti, in effetti, ma di obiettivi educativi vissuti attraverso una rigorosa disciplina. Oggi, si crede che il rigore educativo sia superato; ritengo, al contrario, che, sopratutto nel periodo della adolescenza, l’applicazione di regole giovi alla persona a prescindere dalle legittime scelte future, anche ed eventualmente di segno opposto ai “valori” dell’educazione ricevuta.
La “cura personalis” è un concetto difficile da applicare in un contesto educativo quale quello scolastico e, in questo senso, molto dipendeva dalla sensibilità del singolo educatore. Direi comunque che, in prevalenza, i docenti hanno evidenziato un certo impegno alla cura della singola persona, pure nella difficoltà di contemperare tale premura formativa alle esigenze accademiche.

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti è servita all’università prima e nella professione poi?

Al di là dell’offerta scolastica, comunque di ottimo livello, è risultata utile la pretesa costante di elevati livelli di apprendimento ed il rigore nel rispetto delle tempistiche e delle scadenze, aspetti che hanno contribuito a responsabilizzarci sotto il profilo del senso del dovere. L’abitudine al rigore ci ha inevitabilmente favoriti nell’affrontare i carichi di lavoro universitari.

4. Qual e’ l’aneddoto del periodo trascorso al Sociale che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?
A parte le eroiche finali del torneo di calcio, con le “autorità di istituto” in “tribuna d’onore” – rettore, preside, docenti-, ricordo il primo giorno di servizi sociali alla comunità Madian di via dei Mercanti quando ci presentarono ad una ventina di coetanei albanesi ai quali avremmo poi fatto una sorta di “doposcuola”. Inizialmente, rimanemmo un po’ intimiditi, anche temendo di non essere ben percepiti da quei coetanei meno fortunati; in breve tempo si creò invece un bellissimo rapporto umano, a tratti confidenziale. E’ stata una bella opportunità.
Ho anche un aneddoto risalente alle elementari.
In una gita di classe, padre Boschi e padre Francisetti hanno offerto a mia madre un bicchiere ricolmo “di acqua pura di montagna da bere tutto di un sorso”, dicevano … in realtà era grappa!

 

freccia_rossa LEGGI GLI ALTRI INTERVENTI

Piero Fassino

26 Aprile 2016

cap_soc_banner_615x100_white
Piero FassinoCapitale Sociale #14-2016 – Piero Fassino, maturitá classica 1969, dopo la laurea in Scienze Politiche ha iniziato la sua attività politica nelle organizzazioni studentesche ed é stato poi eletto nel 1975 Consigliere Comunale di Torino nelle liste del PCI e Consigliere Provinciale nel 1980. Deputato dal 1994 al 2011, ha ricoperto incarichi di governo dal 1996 al 2001 quale Sottosegretario agli Esteri nel governo Prodi, Ministro del Commercio Estero nel governo D’Alema e Ministro della Giustizia nel governo Amato. Dal 2007 al 2011 ha anche ricoperto l’incarico di Inviato Speciale dell’Unione Europea per la Birmania/Myanmar. Dal 16 maggio 2011 è Sindaco di Torino. Il 5 luglio 2013 è stato nominato Presidente Nazionale dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI).

1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al Sociale che più ti ha aiutato a diventare  la persona che sei oggi?

L’Istituto Sociale mi ha insegnato a guardare la realtà in modo concreto e analitico, a vedere le cose nella sua essenza e non il loro “alone”. Ho imparato ad affinare la mia capacità analitica, a valutare, per quanto possibile, in modo non condizionato, in affinità con la mia anima cartesiana.

 2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo… Ai tuoi tempi, ancorché  non venissero dichiarati, credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

Certo che erano trasmessi! Erano, anche allora, cardini della formazione scolastica, e umana. Ricordo quegli anni come anni di ascolto, di assorbimento dei concetti che ancora oggi sono nel mio personale bagaglio di idee. Ricordo l’attenzione alla realtà e agli altri, a ciò che è “altro” come una priorità.

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti è servita all’università prima e nella professione poi?

L’Istituto Sociale ha sempre offerto una qualità altissima nei propri percorsi didattici insieme ad una capacità di creare comunità di studenti, che si sentivano appartenenti ad una squadra. L’obiettivo principale non è mai stato la crescita del singolo individuo, ma di tutto il gruppo educativo. E’ qualcosa che non ho mai perso, che mi è rimasto dentro.

4. Qual e’ l’aneddoto del periodo trascorso al Sociale che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?
L’aneddotto è legato ad una mia passione: ho sempre amato il cinema. In quegli anni organizzavo i cineforum…un po’ clandestini all’inizio, che poi sono molto seguiti.

 

freccia_rossa LEGGI GLI ALTRI INTERVENTI

Edoardo Ramondo

21 Aprile 2016

cap_soc_banner_615x100_white

ramondoCapitale Sociale #13-2016 – Edoardo Ramondo, maturità scientifica 1987, si è laureato in Economia e Commercio alla Bocconi di Milano, con una specializzazione in Finanza Aziendale. Si definisce sostenitore del “principio del buon senso” come principale strumento di gestione del lavoro, curioso di natura che fonda il suo metodo di lavoro sulla concertazione delle attività e condivisione dei flussi informativi. E’ sposato e padre di tre figli.

1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al Sociale che più ti ha aiutato a diventare  la persona che sei oggi?

La dialettica. Il confronto col prossimo in assoluto è ciò che mi ha permesso di crescere maggiormente ed è ancor oggi lo strumento di formazione personale che mi accompagna nella vita e nel lavoro. Pensare di non essere al “centro del mondo” ma parte integrante di un organismo che muta e reagisce continuamente agli stimoli mi ha permesso di capire meglio me stesso e le persone che mi circondano. Manifestare il proprio pensiero è importante, ma saper ascoltare e capire quello del prossimo è ancor più importante.

 2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo… Ai tuoi tempi, ancorché  non venissero dichiarati, credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

In effetti ai miei tempi era meno evidente, ma era sempre presente l’importanza di valorizzare le capacità umanistiche del singolo per renderle fruibili al gruppo. La mia classe ne è stata un esempio: nessuno restava escluso e contribuiva secondo le sue capacità. Devo dire che questo processo derivava molto dal rapporto che si era creato tra noi alunni, quindi dal basso verso l’alto.

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti è servita all’università prima e nella professione poi?

A livello di preparazione culturale non mi sembra sia stata di altissimo livello, ma credo che l’aspetto cruciale della mia formazione sia stato la voglia di essere curioso e la capacità di mettermi sempre in discussione. L’importanza di avere un buon bagaglio di conoscenze è indubbiamente importante ma non serve a nulla se non si dispone di una ottima capacità di processarle e utilizzarle nella pratica. In questo il Sociale per me ha fatto la differenza con il suo gruppo docente ed educativo.

4. Qual e’ l’aneddoto del periodo trascorso al Sociale che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?
Ne ho parecchi, tutti con il medesimo attore: Padre Guerello. Alcuni divertenti, altri un po’ tragici, tutti molto utili per passare dal mio stato adolescenziale a quello adulto. Gli sono ancora grato oggi poiché a parte i miei genitori ha contribuito a farmi assumere le mie responsabilità e ad affrontare le difficoltà senza paura del giudizio del prossimo.

 

freccia_rossa LEGGI GLI ALTRI INTERVENTI

Paolo Sarboraria

15 Aprile 2016

cap_soc_banner_615x100_white

sarboraria capitale socialeCapitale Sociale #12-2016 – Paolo Sarboraria, maturità classica 1988, pratica la professione di architetto specializzato nella prevenzione incendi e nella sicurezza dei lavoratori. Unisce alla pratica professionale la docenza in queste materie, mantenendo l’esercizio della progettazione architettonica con particolare attenzione alle tematiche del risparmio energetico e della sostenibilità, culminate nel premio Architetture Rivelate attribuito dall’Ordine degli architetti nel 2013 al sistema Rebirth-House con la committenza di un ex-alunno del Sociale, Alberto Guggino. E’ sposato e padre di Camilla e Andrea.

1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al Sociale che più ti ha aiutato a diventare  la persona che sei oggi?

Riconosco al Sociale la pluralità di vedute, di avermi permesso di pensarla diversamente, e di avermi lasciato lo spazio per convivere con i conflitti e le intemperanze dell’adolescenza senza adottare un atteggiamento invasivo. Negli anni mi sono ritrovato una “cassetta degli attrezzi” con cui smontare i problemi e gli ostacoli con un approccio sereno e positivo, sapendo che il dubbio non ha una valenza negativa ma ti mostra la strada per cercare dove può stare la verità.

 2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo… Ai tuoi tempi, ancorché  non venissero dichiarati, credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

Del Sociale mi restano ancora oggi vivide nel cuore le esperienze nei servizi sociali, in cui fornendo il nostro tempo di un pomeriggio alla settimana a chi aveva meno fortuna di noi, malati, carcerati, persone con disagio, crescevamo come persone: lo spirito del volontariato mi ha accompagnato sempre, dopo il servizio al Cottolengo ho calcato per molti anni le strade torinesi a bordo delle ambulanze della Croce Verde e tuttora collaboro con enti benefici e culturali.

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti è servita all’università prima e nella professione poi?

Non sono mai stato uno studente modello, del liceo classico, che oggi ringrazio di aver frequentato, assimilavo le materie che mi davano soddisfazione dedicando troppo poche energie alle altre, spesso poi riscoperte negli anni seguenti come il latino. Ma due docenti in particolare hanno lasciato un segno indelebile, il meraviglioso, umano, comprensivo e coltissimo professor Precerutti, che mi ha fatto amare l’italiano e la scrittura, e il compianto Padre Vergnano, docente rigoroso e non uso a praticare sconti, ma che mi ha dato il senso della conquista, della fatica premiata, trasmettendomi la passione per la Scienza e la curiosità della ricerca, entrambi persone indimenticabili e fondamentali.

4. Qual e’ l’aneddoto del periodo trascorso al Sociale che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?
In tanti anni trascorsi tra le mura della mia scuola ho accumulato una serie notevole di episodi, non tutti raccontabili. Ma l’apoteosi, l’esperienza più ricca di ricordi intensi e meravigliosi, restano le settimane di inizio estate nella casa di caccia del Re a San Giacomo di Entracque, luogo che è stato teatro di avventure, risate, grandi scarpinate in montagna, cementando amicizie che coltivo ancora adesso che sono passati trent’anni.

 

freccia_rossa LEGGI GLI ALTRI INTERVENTI

Enrico Borla

11 Aprile 2016

cap_soc_banner_615x100_white

 

 
2016_11_enrico borlaCapitale Sociale #11-2016 – Enrico Borla, maturità scientifica 1979, è laureato in  Medicina e Chirurgia, con specializzazione in psichiatria nel 1989. Nel 1994 ha conseguito il Dottorato di Ricerca in alcologia. Psichiatra e psicoanalista junghiano, è iscritto all’albo degli psicoterapeuti dal 1991. E’ coordinatore del CSPT (centro studi psicodinamiche Torino). Sposato da 28 anni, ha due figlie di 25 e 18 anni.

1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al Sociale che più ti ha aiutato a diventare  la persona che sei oggi?

Direi come centrale la dedizione militare che traspariva nella scelta di vita dei Padri. Credo che fondamentale sia stato l’insegnamento di quando e come parlare, ma soprattutto quando tacere e ubbidire. Lezione troppo spesso dimenticata nel mondo urlato odierno.

 2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo… Ai tuoi tempi, ancorché  non venissero dichiarati, credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

Sicuramente la spinta al di più, l’ad majorem dei gloriam, era palese nell’atmosfera dell’Istituto, dove l’idea palpabile era che lo scopo educativo fosse il forgiare un élite culturale che certamente sarebbe stata destinata a posti direttivi nel futuro. Tuttavia questo non fu mai inteso come un privilegio bensì come una funzione di servizio. Le attività sociali, CVX ad esempio, erano l’addestramento centrale sotteso alla cultura del servizio. Dirigere non era una questione di privilegi ma uno dei mille modi di rendersi utili agli altri.

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti è servita all’università prima e nella professione poi?

Per quanto riguarda l’offerta accademica del Sociale non si può prescindere dalle figure come Padre Demari, Padre Corsanego per quanto riguarda la filosofia e Il Prof. Ficara per l’italiano. Loro mi hanno dato una formazione culturale che tuttora della mia professione analitica risulta fondamento irrinunciabile. Altra figura indimenticabile fu Ovidio Bosio. Certo non lo amai come professore a quei tempi come molti altri credo, con il senno del poi devo ammettere che il suo insegnamento severo sul metodo, la pulizia del tratto e la cura nel fare sono entrati a far parte del mio bagaglio di strumenti quotidiani. Bosio mi insegnò a stringere i denti e a comprendere che nella forma si cela la sostanza.
Se si guarda all’offerta formativa complessiva è sicuramente la visione aperta, relativistica, he pone al centro il singolo senza una velleità fondamentalista prevaricante. Credo che tutta l’azione culturale come psicoanlista che ha perseguito il dialogo fra le diverse scuole analitiche parta da quell’insegnamento ricevuto dallo spirito gesuitico

4. Qual e’ l’aneddoto del periodo trascorso al Sociale che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?
Premetto che gli aneddoti come sempre con l’età si moltiplicano, soprattutto ricordando gli amici e le ragazze incontrate, ma credo che quello che rende meglio l’idea riguarda il mio rapporto con Padre Guerello. Credo nell’inverno del 1978, organizzammo una specie di “sciopero” agitazione contro la chiusura dell’accesso alla biblioteca della scuola. In quei tempi di accesa ribellione partecipai con intensità e credendoci fermamente (sic!). Ricordo che come un tribuno della plebe, infervorato salii su una panca dell’atrio superiore arringando il popolo tumultuoso ad interrompere l’azione di oscurantismo “borbonico” che il preside applicava sulle nostre “povere” vite. Invece della meritata sospensione che forse avrei dovuto subire il giorno seguente Padre Guerello mi fermò nel corridoio e con la sua voce stentorea mi apostrofò: “Borla lei che disegna bene, può dipingere lo stemma borbonico davanti alla porta della presidenza?” Devo dire che apprezzai molto l’umorismo e la capacità di gestione della disciplina e del rispetto attraverso il motto di spirito senza necessariamente ricorrere alla forza per sottomettere la contestazione. E credo di averne fato buon uso.

 

freccia_rossa LEGGI GLI ALTRI INTERVENTI

Roberto Gallo

4 Aprile 2016

cap_soc_banner_615x100_white

 

 

roberto galloCapitale Sociale #10-2016 – Roberto Gallo, maturità scientifica 1989, dopo aver frequentato al Sociale le medie e il liceo, si iscrive all’Università, prima alla facoltà di Ingegneria, poi a quella di Economia e Commercio, dedicandosi, oltre allo studio, anche allo sport e ad attività di assistenza sociale. Completati gli inizia a lavorare presso la Società Reale Mutua di Assicurazioni all’interno della Direzione Vita. In questo periodo si dedica anche a collaborazioni accademiche, ad attività di convegnistica e pubblica alcuni volumi su previdenza e finanza. Dopo una esperienza di internship negli Stati Uniti e dopo aver conseguito il Master of Mangement MBA della Facoltà di Economia di Torino come miglior studente del corso, assume in Reale Mutua incarichi di responsabilità via via crescente sino a quello di Direttore Vita della controllata milanese Italiana Assicurazioni. Nel poco tempo libero ama giocare a tennis, viaggiare, leggere libri e guardare film. Nella vita privata, che si divide tra Torino e Milano, è sposato e orgoglioso padre di una meravigliosa bambina di nome Beatrice.

1. Qual e’ l’elemento che hai trovato negli anni della formazione al Sociale che più ti ha aiutato a diventare  la persona che sei oggi?

Senza alcun dubbio la formazione spirituale e la possibilità di accedere ad un sistema valoriale basato sull’esperienza ignaziana.

 2. Oggi, nel POF del Sociale si esplicitano i  concetti  ignaziani come “magis”, “cura personalis”, attenzione al singolo… Ai tuoi tempi, ancorché  non venissero dichiarati, credi fossero vissuti e trasmessi? Se si come?

I valori di rispetto civile erano il filo conduttore dell’insegnamento e si respiravano nelle molteplici iniziative – non soltanto religiose – organizzate per favorirne l’assimilazione.

3. Qual e’ stata la qualità dell’offerta accademica/scolastica del liceo del Sociale? In che modo ti è servita all’università prima e nella professione poi?

La qualità dell’offerta accademica era ai miei tempi di assoluta eccellenza. Vista a posteriori, forse un po’ troppo basata sull’apprendimento mnemonico. Ciò che ritengo abbia fatto la differenza è stata la base di conoscenza non specialistica, il background culturale di base, che si può apprezzare nella vita di tutti i giorni.

4. Qual e’ l’aneddoto del periodo trascorso al Sociale che ti accompagna ancora oggi? Ce lo racconti?
Ricordo da un lato il terrore che si respirava durante le lezioni di inglese della temutissima suor Laugero (detta da alcuni “suor lager”), anche se, per la cronaca, l’inglese l’ho davvero imparato con lei; dall’altro l’emozione della partite di campionato di calcio, che per me rappresentavano un vero motivo di gioia!

 

freccia_rossa LEGGI GLI ALTRI INTERVENTI

Pagina successiva »

Bacheca Download